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Fabio GALIMBERTI

Stile d'ascolto

Fabio Galimberti
psicoanalista – Milano
galimberti@fastwebnet.it

Qual è la cosa per te più umana?
Risparmiare vergogna a qualcuno.
(F. Nietzsche, La gaia scienza)

Résumé

Cet article aborde les modalités d’écoute qui sont propres à un psychanalyste. L’écoute étant déterminante, le style d’écoute de la part du psychanalyste doit répondre à un acte de responsabilité. L’écoute ne détermine pas seulement ce qu’on dit, mais marque, en particulier, la subjectivité de celui qui parle. Être conscient du pouvoir qu’exerce l’acte d’écouter se révèle fondamental pour éviter l’un des problèmes les plus graves au cours d’une cure : la suggestion. L’article se penche aussi sur une vertu considérée comme indispensable dans l’acte d’écouter, à savoir la pudeur, qui doit permettre au patient de réduire la honte d’être écouté.

Abstract

This article discusses the listening style of a psychoanalyst. It is stated that the listening style of a psychoanalyst must be part of the awareness of his responsibility in the act of listening because the act of listening is decisive. It determines not only what is said, but above all the subjectivity of who speaks. Awareness of power in the act of listening is fundamental to contain the most serious problem in a cure: the suggestion. Finally, it is indicated a virtue indispensable to the act of listening, the modesty, which must allow a reduction of the shame of being heard.

Se c’è una zona erogena che è stata trascurata nella psicoanalisi questa è quella dell’orecchio. È una strana trascuratezza, anche perché è più facile immaginare un analista cieco, forse anche muto, ma sordo è proprio dura. Uno psicoanalista deve avere orecchio. Ma un orecchio tutto particolare. Un orecchio capace di ascoltare, certo. Va da sé che lo psicoanalista è un professionista, un esperto dell’ascolto. Ma quale orecchio deve avere per ascoltare? Theodor REIK (1998) ha scritto, in un libro straordinario, che l’analista deve avere un terzo orecchio. E LACAN (2003), pur apprezzandolo molto, ha commentato: come se non bastassero le altre due orecchie per non intendere, secondo la parola del Vangelo1.

Ma che sia il primo, il secondo o il terzo, l’orecchio di uno psicoanalista deve avere uno stile di ascolto. “Qual è il tuo stile di ascolto?” si potrebbe chiedere ad uno psicoanalista. O a chiunque. Ma uno psicoanalista al massimo grado deve formarsi ad uno stile di ascolto. Certo, vanno evitate le generalizzazioni. Non si ascolta allo stesso modo un paziente o un altro e ogni psicoanalista ascolta in modo diverso. L’ascolto è sempre caso per caso.

Avere orecchio è decisivo in psicoanalisi. Se l’orecchio è stato trascurato, probabilmente perché come zona erogena non è nella percezione comune così scabrosa come le altre (il fallo, la bocca, l’ano e gli occhi). A livello del corpo non fa tanto scandalo, non è così erotizzata. Tra le altre cinque fa la figura della cenerentola. Persino nella nominazione è trascurata: c’è infatti la pulsione orale per la bocca, la pulsione anale per l’ano e la pulsione scopica per lo sguardo, ma quando si tratta dell’orecchio si parla di pulsione vocale o invocante. Per l’orecchio si dice: vedi alla voce “voce”.

La ragione, ovviamente, è che quando si parla di pulsione si privilegia quel che del corpo è attivo, non quel che è ricettivo. La pulsione è, infatti, per FREUD “un frammento di attività” (1990: 18), è qualcosa che agisce, che “urta” il nostro corpo. E quel che agisce in questo caso è il suono, dunque l’oggetto voce, su quell’orifizio speciale che è l’orecchio. Di questo orifizio Jacques Lacan ha detto che è l’unico che, nell’inconscio, non si chiude mai2. La bocca, l’ano, gli occhi si chiudono, hanno una loro “serranda” organica, l’orecchio no. Si può tappare con qualcosa, ma non ha un suo “tappo” fisiologico. Proprio per questa sua apertura costante, l’orecchio ci mette in una condizione permanente di esposizione e violabilità.

Questa condizione, anzi questo condizionamento dovuto all’apertura dell’orifizio auricolare è un dato di fatto nella riflessione non copiosa sul tema dell’ascolto. Plutarco nel suo Perì tou akouein, tradotto L’arte di ascoltare, ricorda che per “questo Senocrate invitava ad applicare i paraorecchi ai ragazzi più che ai lottatori, perché a questi ultimi i colpi sfigurano le orecchie, mentre ai primi i discorsi distorcono il carattere”. Secondo Michel FOUCAULT (2003) il filosofo greco, come altri tra cui Seneca ed Epitteto, evidenziava una sostanziale ambiguità dell’atto di ascoltare, legata alla sua passività. Tuttavia anche Plutarco si preoccupava di definire un’altra modalità del sentire, che nella terminologia odierna verrebbe detta «ascolto attivo». Si preoccupava di indicare quali disposizioni, atti e atteggiamenti dell’ascoltatore lo mettessero in grado di realizzare un buon ascolto. E, con quella capacità espressiva che veniva dal scegliere similitudini prelevate dai gesti della vita quotidiana, indicava questa modalità così: per ascoltare bene bisogna fare come quando per travasare un liquido «la gente inclina e ruota i vasi perché l’operazione riesca bene e non ci siano dispersioni». Dunque la domanda di Plutarco, se riformulata, può suonare così: come ci si inclina all’ascolto? E i modo più diretto: qual è la tua inclinazione all’ascolto?

Questa questione davvero contiene in nuce l’idea dell’ascolto come joint project, fatto cooperativo, progetto condiviso tra locutore e uditore che appartiene alla riflessione contemporanea sullo scambio comunicativo. Ma per quanto la complessifichi, di fatto non contesta la passività fondamentale dell’ascoltatore, la sua natura prettamente ricettiva, la sua figurazione concreta come recipiente. L’attività che Plutarco assegna all’uditore è quella di facilitare il buon flusso della comunicazione, perché qualcosa di esistente si trasferisca dal parlante secondo la similitudine dei vasi, perché il liquido del primo si riversi nel secondo. Potrei dire che all’uditore spetta il ruolo dell’antagonista al protagonismo del locutore, il ruolo della spalla, gli spetta una buona reazione all’azione del locutore, perché questa si realizzi a pieno, vada a segno, compia il suo effetto. L’uditore è Peppino con Totò, Sancho Panza con Don Chisciotte, Leporello con Don Giovanni, nell’idea semplice che il primo non faccia altro che permettere l’espressione del protagonismo del secondo.

Non c’è in questo modo di concepire l’arte di ascoltare l’idea di un’inversione dell’attività, una considerazione dell’ascolto come causa che produce degli effetti sul parlante, che è ciò che voglio proporre in queste righe. Nella ricerca contemporanea sull’ascolto attivo c’è più che una traccia di questa inversione, ossia si considera quali effetti sull’attività di parola abbia il fatto di essere ascoltati in un modo o nell’altro. C’è l’idea precisa dello scambio comunicativo come co-costruzione, come attività sociale determinata da tutti i partecipanti.

Che l’atto di parola richieda un lavoro da parte dell’ascoltatore è quanto si ricava anche dalle considerazioni di Umberto Eco a proposito della scrittura. Con una complessificazione in più. Nel suo Lector in fabula ECO scrive che «il testo è una macchina pigra che esige dal lettore un fiero lavoro cooperativo per riempire spazi di non-detto o di già-detto rimasti per così dire in bianco» (1989: 25). Con Eco, la similitudine del travaso comincia ad essere insufficiente, perché… il liquido dell’emittente scarseggia, è mancante, e occorrono delle aggiunte da parte del ricevente, non si può più conservare l’idea del passaggio di qualcosa di esistente da un contenitore all’altro. Ciò che viene trasferito c’è e non c’è, in qualche modo c’è, solo se il ricevente lo fa esistere. L’inversione è evidente: addirittura è il ricevente che travasa qualcosa nell’emittente, per riempire quelli che Eco chiama «spazi di non-detto». Il ricevente ha degli effetti di riempimento sull’emittente. Strana asserzione, se si segue la convinzione più corrente, che ha sostenuto i trattati di retorica, dell’azione del parlante sull’uditorio, degli effetti persuasivi e parenetici della comunicazione. Allora, non reggendo più bene la similitudine del travaso, Eco sceglie come esempio quello della macchina (una macchina pigra, secondo un ossimoro significativamente ironico). Ed insiste: «Un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare» (1989: 52).

Per tornare a ciò che mi compete, se occorre qualcuno che dia un aiuto al testo per funzionare, come avviene nella stanza d’analisi? Come lo psicoanalista fa funzionare il discorso del paziente? È su questo “aiuto” che vorrei soffermarmi. Come l’analista fa funzionare “la macchina pigra” del paziente?

Dovrei rispondere: in qualche modo essendo ancora più pigro del paziente. Ma entrerei in una questione tecnica che fuoriesce dagli scopi di queste considerazioni. Voglio invece sottolineare che, se in qualche modo l’ascoltatore è il pilota della macchina pigra del parlante, è colui che la mette in moto, la fa andare in una certa direzione e le dà un certo senso, allora la responsabilità di uno psicoanalista nell’ascolto è altissima. È per questo che fin dalle origini Freud ha dovuto confrontarsi con una delle bestie nere della nostra pratica: la suggestione. Per poterla trattare, dello stile di ascolto di uno psicoanalista deve far parte la consapevolezza della propria responsabilità nell’atto dell’ascolto. L’atto dell’ascolto è determinativo. Determina non solo il senso di quanto viene detto. Nell’ascolto lo psicoanalista ha soprattutto la responsabilità di determinare chi parla. Non i turni di parola (parlo io, parli tu), ma qual è la soggettività in gioco nelle parole del paziente. Per mutuare un termine della grammatica possiamo dire che «ascoltare» è un verbo causativo, come «addormentare»: ascoltare fa parlare, fa in modo che qualcuno dica qualcosa. Lo stile di ascolto psicoanalitico determina in qualche modo chi è quel qualcuno che parla e che cosa è quel qualcosa che dice, perché fa parlare il soggetto dell’inconscio. È questa l’alta responsabilità dell’analista, che non a caso, consapevolmente riconosciuta o no, spaventa il giovane praticante, il quale spesso si domanda: «Chi sono io per ascoltare il paziente?».

Questo potere di determinazione, che come detto è conosciuto comunemente con il nome di «suggestione», va trattato con estrema cura. È il nocciolo dell’operazione analitica. Tuttavia, dato che non si può dire tutto, così come non si può ascoltare tutto, dirò una cosa sola che questo potere dell’ascoltatore esige dallo psicoanalista, oltre alla consapevolezza della sua esistenza. Richiede una virtù, dalla quale non si può prescindere. Questa virtù è il pudore. Perché il pudore? Il pudore è correlativo dell’esperienza della vergogna. Anche la vergogna è un affetto cenerentola, dato che nella clinica si dà più rilievo al senso di colpa (cui corrisponde l’ascolto senza giudizio). Ma la vergogna è un affetto molto presente nei pazienti, dovuto a quell’ascolto che fa parlare, che fa parlare in un modo non comune, non ordinario, “libero”, rispettoso della regola analitica fondamentale («dica tutto quello che le viene in mente, senza censurarlo, perché lo giudica imbarazzante, irrilevante o privo di senso»). Come può lo stile d’ascolto di uno psicoanalista non essere sostenuto dal pudore, se nella regola che informa la sua pratica c’è l’appello a non tacere qualcosa di censurabile o di imbarazzante? È come se un dottore, durante una visita medica, dopo aver invitato una paziente a spogliarsi, si voltasse e dicesse: “Ma signora, che cosa fa nuda?”

Tornando alla pulsione vocale, qual è la vergogna che la riguarda? Siamo abituati ad associare la vergogna allo sguardo. E, in effetti, lo sguardo è cruciale nell’esperienza della vergogna. Anche perché ci inchioda alla nostra presenza fisica quando vorremmo letteralmente sparire, sprofondare. Come quella paziente di un gruppo che chiedeva agli altri partecipanti di coprirsi gli occhi con le mani quando parlava. O la paziente, poetessa, che per molti anni è riuscita a leggere i propri componimenti in pubblico solo rimanendo non vista, solo come voce fuori campo. O un’altra che quando le chiedo di leggere alcune note che scrive sul cellulare, con fatica acconsente, purché le permetta di uscire dalla stanza durante la mia lettura.

Il dispositivo analitico, come sapete, asseconda questo ascolto pudico (non pudibondo), escludendosi dal campo visivo, facendo sdraiare il paziente sul lettino, in modo che possa essere meno inibito dallo sguardo dell’analista nel dire certe cose di sé. Ma l’imbarazzo non scompare, anzi, per certi versi viene potenziato. Può arrivare fino all’angoscia, come è accaduto ad una paziente che, nel giorno della prima volta sul lettino, di notte sogna di essere seduta su una seggiovia senza la barra protettiva e sperimenta il panico della possibile caduta nel vuoto.

In questo passaggio al lettino si potenzia la dimensione dell’ascolto e si corre il rischio di venire ascoltati davvero. Ma che cosa c’è di vergognoso nel farsi ascoltare? Pongo la domanda in un altro modo: come c’è uno sguardo che spoglia, così c’è un orecchio che denuda? C’è una nudità auditiva così come ce n’è una visiva? Il verbo origliare lo segnala, in quell’atto che lo avvicina al guardare dal buco della serratura.

C’è sicuramente una nudità che riguarda il cosa si dice, il contenuto. È quella che imbarazzava una paziente che dopo avermi raccontato un sogno mi pregava intimorita di non leggervi qualcosa di sessuale. C’è poi una nudità che riguarda il come si dice, relativa a tutti i difetti del parlare (balbuzie, mangiar le parole, biascicare). Una nudità ancora che si manifesta nei giochi di parole, per i quali ci scusiamo, come fossimo presi in una soddisfazione infantile impudica. Quella soddisfazione che deve aver avuto il noto linguista quando ha dato il titolo: Six leçons sur le son et le sens.

C’è poi una nudità che riguarda il chi dice, ossia chi parla. Ed è quella in cui siamo sorpresi quando facciamo un lapsus. È come se venisse tolto il vestito dell’Io e si scorgesse l’altra soggettività coperta. Sarò sempre debitore alla giovane collega che mi raccontò quel che le capitò durante una delle sue prime sedute come psicologa in cui si trovava a dover gestire una situazione molto angosciante. Aveva ricevuto una ragazza anoressica grave, insieme ai suoi genitori e all’inizio del colloquio per uscire dall’imbarazzo del silenzio aveva chiesto: “Beh, mi raccontate della vostra famiglia, così, tanto per sciogliere un po’ il grasso?”

Al di là del che cosa si dice, del come si dice, del chi dice, c’è infine una vergogna che riguarda il dire stesso, il fatto che si dice e che dunque si è ascoltati. Nel fatto stesso di far sentire la propria voce c’è una soddisfazione libidica. Perché anche l’orecchio vuole la sua parte. Vuole qualcosa che eccede il significato e il senso. Qualcosa di eccessivo che dobbiamo trattare. A volte lo trattiamo confondendo la nostra voce in un coro. A volte lo trattiamo col silenzio. Oppure trattiamo questa soddisfazione vocale in un modo culturalmente e socialmente lecito: con il rimprovero o l’autorimprovero, ossia ascoltando la voce della coscienza, la nostra o quella di qualcun altro. A volte ci scegliamo appositamente un partner perché svolga per noi questa funzione. Ad esempio un marito che urla, quale quello della paziente che mi pregava di ascoltare la registrazione che ne aveva fatto.

Infine, per trattare questa strana soddisfazione, capita di scegliere come partner uno psicoanalista. Lo psicoanalista è stato indicato da Michel Foucault nella Storia della sessualità come colui che ha messo le proprie orecchie in affitto (1993: 13). E ci sono pazienti che soffrono di questo e chiedono umiliati: “Ma è possibile che io debba pagare qualcuno per essere ascoltato?”.

È con tutte queste forme di vergogna che lo psicoanalista deve rapportarsi nell’ascolto per evitare di far vergognare il paziente. Non deve censurare o inibire l’esperienza della vergogna, che è salutare, ma deve evitare di imporla nell’ambito della cura che è il luogo della massima e più intima esposizione di sé. Lo psicoanalista è un ascoltatore che non giudica, come gli si riconosce spesso, ma anche che non svergogna. E questo quanto più riconosce la propria responsabilità nel suo ascolto che è determinativo.

Riferimenti bibliografici

ECO, Umberto, Lector in fabula (1979), Bompiani, Milano, 1989.

FOUCAULT, Michel, L’ermeneutica del soggetto (1981-1982), Feltrinelli, Milano, 2003.

FOUCAULT, Michel, La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1993.

FREUD, Sigmund, Pulsioni e loro destini (1915), in Opere, Bollati-Boringhieri, Torino, 1990, vol. 8.

LACAN, Jacques, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. 1964, Einaudi, Torino, 2003.

LACAN, Jacques, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo. 1975-1976, Astrolabio, Roma, 2006.

NIETZSCHE, Friedrich, La gaia scienza, Adelphi, Milano, 1991.

REIK, Theodor, Listening with the Third Ear (1948), Farrar, Straus and Giroux, New York, 1998.

1
Afferma lo psicoanalista francese (2003:253): «come se due non bastassero per essere sordi».

2
«Le orecchie sono, nel campo dell’inconscio, il solo orifizio che non possa chiudersi» (LACAN 2003:190). Cfr. anche J. LACAN (2016:16).

Per citare questo articolo:

Fabio GALIMBERTI, Stile d'ascolto, Repères DoRiF n. 15 - Au prisme de la voix. Hommage à Pierre Léon - coordonné par Enrica Galazzi et Laura Santone, DoRiF Università, Roma mars 2018, http://www.dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=389

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