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Aurelio PRINCIPATO

Per un'ideale «slow translation»

Aurelio Principato
Università Roma Tre
aurelio.principato@uniroma3.it

Résumé

A l’aide de quelques exemples significatifs, l’article illustre des dangers courants dans la pratique actuelle de la traduction, souvent dominée par l’empressement de notre époque. Afin d’améliorer les capacités de traduction de l’apprenant, l’enseignant devrait créer chez lui l’habitude au contrôle des valeurs polysémiques engendrées par l’histoire des mots, tout en développant sa propre compétence concernant le contexte. La bonne formation du traducteur demande d’adhérer dans un premier moment au sens littéral.

Abstract

Pointing to some meaningful cases, the paper focuses on the dangers occurring in current practice of translation, often dominated by the haste inherent to the present era. In order to improve learner’s ability in translation, the teacher should accustom him to pay attention to the polysemic values generated by words’ history, developing at the same time his own extra-linguistic competence about the context. Good translator’s training requires a close adherence to the literal meaning as a start.

Mots-clés : traduction, langue française, didactique

L'uso che faccio della traduzione nella mia esperienza didattica, ormai non più breve, riflette un approccio del tutto empirico riguardo a questa pratica. Non credo molto, infatti, alla teoria della traduzione. Esistono sempre diversi modi di tradurre lo stesso testo, e la traduzione dipende preliminarmente dal pubblico o dalla sede, è comunque sempre frutto di una scelta dettata dalla sua destinazione, che può essere iscritta nella natura del testo. Una comunicazione a un convegno scientifico comporta principalmente la trasmissione di informazioni, i sottotitoli di un film sono soggetti ad altri vincoli. Ma anche nei casi in cui la modalità di traduzione non fosse legata al condizionamento mediatico o contestuale, essa si configura come un metodo individuale, conforme a un atteggiamento che può essere allora orientato alla libertà o alle proprie esigenze di stile: la traduzione come «ri-creazione».
Se si prescinde da quest'ultimo dato, nel cui ambito ciascuno può costruirsi o aderire a una specifica «teoria della traduzione», cerco di definire più modestamente i miei obiettivi in base alle capacità che più mi riconosco e che orientano le mie preferenze. Nel dibattito che si sviluppò una trentina d'anni fa tra Henri Meschonnic e René Ladmiral, dibattito che il secondo definì spiritosamente come un confronto tra sourciers e ciblistes (cf. LADMIRAL 1986), sentivo di schierarmi con il primo. Soprattutto in una pratica didattica che non si ponga come obiettivo prioritario una formazione di scrittura creativa, non mi pare che si possa far valere altro che il principio della resa fedele. Ciò pur affrontando problemi che sono, questi sì, teorici, come suggeriva il titolo del libro di Georges Mounin (MOUNIN 1963) da cui, ai lontani tempi dello strutturalismo, presero avvio le mie riflessioni.

Prima di passare ad esempi concreti, accenno brevemente al tipo di materiale da me normalmente utilizzato, in ambito di Laurea Magistrale. Si tratta, da alcuni anni a questa parte, di articoli d'attualità attinti alla stampa periodica. Con questo dico anche che, se per un verso nutro scetticismo nei confronti di un'attenzione totalizzante alla traduzione non letteraria, dall'altro non considero la scelta del testo giornalistico la migliore in assoluto, qualcosa per cui battersi. Dico soltanto che si è rivelata per me come la più utile sul terreno didattico.
Al di là dell'intento ovvio di stimolare l'attenzione sui fatti del giorno e di muoversi su contenuti che risultino comunque interessanti, anche se non quanto possono essere quelli letterari, le ragioni di tale opzione sono molteplici.
In primo luogo, in modo analogo a quanto avviene con i testi letterari contemporanei, il testo giornalistico consente di lavorare sulla lingua d'uso e di scavare nella variazione linguistica, grazie all'abbondanza di espressioni familiari, di argot. Ciò spiega anche la mia attuale inclinazione a utilizzare un quotidiano come «Libération» piuttosto che «Le Monde» o «Le Figaro». Fatta salva la proposta didattica di un confronto con il registro standard, privilegiato da questi due ultimi giornali.
Come secondo argomento, indico la possibilità di affrontare diversi contesti di comunicazione nell'ambito dello stesso modulo didattico. Così, negli ultimi anni, abbiamo potuto passare in rassegna temi quali l'espulsione dei liceali sans-papiers, la liposuzione nelle sue implicazioni con l'immagine della donna al giorno d'oggi, un caso di corruzione in Cina, le biblioteche digitali, il matrimonio gay, la fabbricazione dei foulards di Hermès, il rap, la ricetta del cavolo farcito, e così via.
Osservo, in proposito, che un articolo su un determinato argomento offre, per un verso, un accesso facilitato a una varietà di linguaggi settoriali e ai fondamenti che li governano. E ciò avviene perché il giornalista deve presentare l'argomento, informare il lettore e rendere accessibile la materia.
Per un altro verso, la stampa periodica è portata a presentare un ampio ventaglio lessicale relativo all'argomento specifico o specialistico, poiché il vincolo stilistico e l'esigenza di non appesantire la lettura induce il giornalista a percorrere la gamma sinonimica delle denominazioni.
Ho molto utilizzato, nel corso degli ultimi anni, due articoli apparsi su «Le Monde» nel 20051. Il primo, in occasione del cinquantenario del termine ordinateur, rendeva conto di come si sia eccezionalmente trattato di un neologismo datato e firmato, poiché proposto alla IBM da un latinista della Sorbona, Jacques Perret, scartando calchi o adattamenti che risultavano insoddisfacenti (computeur, machine processionnelle, combinateur, congesteur…). In realtà, Perret spiegava come si trattasse di aggiungere un'accezione specializzata all'epiteto, già filosoficamente attribuito a Dio, di ordinatore del mondo. L'articolo si conclude con il commento di un linguista sul trattamento diverso di altri termini informatici.
Il secondo articolo, sempre di carattere informatico, mi permetteva di approfondire i meccanismi della polisemia e della specializzazione semantica. Esso riguardava una novità di allora, l'adozione del riconoscimento delle impronte digitali per l'accesso al computer e, en passant, offriva spunto per esaminare l'aggettivale digital in quanto derivato dotto riferito al dito, come nel caso delle impronte, e il suo passaggio attraverso l'inglese che ha portato al suo nuovo calco nel vocabolario informatico francese, ovvero a numérique. Ma soprattutto, per trattare l'argomento, il testo percorreva, a dimostrazione di quanto dicevo prima, tutta la gamma dei sinonimi relativi ai codici di accesso, permettendomi di illustrare la loro distribuzione in iponimi e iperonimi (identifiant, clé virtuelle) e la struttura di un composto come mot de passe rispetto a password. Non solo. Nello stesso ambito semantico, il giornalista trovava il modo di introdurre la locuzione montrer patte blanche, che tornava particolarmente a proposito in riferimento a un sistema biometrico delle impronte digitali. E poiché l'espressione (che può corrispondere alternativamente a «mostrare le credenziali» o «le mani pulite») è questa volta intraducibile a causa della sua natura intertestuale, ecco offrirsi la possibilità di un excursus nella favola di La Fontaine, Le loup, la chèvre et le chevreau (IV, 15), dove al capretto non basta sentire la voce contraffatta dal lupo per riconoscere la madre e aprirle la porta, ma richiede di vedere anche il colore della zampa. Come si vede, in La Fontaine («Deux sûretés valent mieux qu’une», è la morale della favola) è già presente il sistema del doppio identificativo adottato per l'accesso ai siti su internet, e vi ritroviamo anche due equivalenti d'epoca, enseigne e mot du guet.
Se vogliamo individuare dunque il motivo che mi porta a propendere per l'articolo giornalistico piuttosto che per il testo letterario nelle mie lezioni, si potrebbe dire che tale o tale espressione attinta a un determinato ambito specialistico presenta in quest'ultimo occorrenze perlopiù isolate, e che richiedono dunque spiegazioni particolari. Basta una pagina di Flaubert per proiettarci verso le ricerche lessicali più disparate.
In altri termini, sotto un determinato aspetto, dal punto di vista didattico il lavoro sull'articolo di giornale aggiunge a molti dei vantaggi del testo letterario il merito di presentare nel singolo articolo un approfondimento terminologico e, nella molteplicità degli articoli, una varietà sostanzialmente sconfinata, che sono pressoché impossibili da reperire in un'unica opera letteraria.
Per rimanere ancora un attimo sul rapporto tra testo letterario e non letterario, mi pare che la procedura di approccio dipenda, nel primo caso, dal tasso e dalla varietà di allusioni contestuali implicite nella scrittura d'autore, e che dobbiamo ricomporne per apprezzarla nel suo spessore. Ma, al di fuori di questo, non riconosco una differenza qualitativa della lingua letteraria rispetto a quella standard, poiché la diversità non si pone al livello di langue, ma di discorso. Si può semmai affermare che il vantaggio del testo letterario stia nell'utilizzare al massimo le potenzialità della lingua, nel significante e nel significato, e che ciò possa tornare utile a sottolineare, come primo aspetto, la polisemia delle parole rispetto all'uso biunivoco che ne fa il testo tecnico.
Ecco dunque uno dei problemi teorici a cui prima alludevo, che mi porta ad aprire una nuova parentesi. Dal mio punto di vista, quello dei linguaggi settoriali non è un problema linguistico, ma di competenza. Quando una mia amica, che stava traducendo dal tedesco un manuale di scacchi, incontrò un’espressione che alla lettera significava «matto affogato», chiese lumi a me che a scacchi giocavo e non a una persona di madrelingua o a un traduttore esperto! Quest’ultimo avrebbe al massimo potuto supporre e suggerirle che si trattava del nome tecnico di una configurazione di scacco matto, fatto che la mia amica aveva già abbondantemente intuito…
Ne consegue che i linguaggi settoriali in quanto tali possono essere oggetto di una formazione dedicata, all'interno di tale o tale percorso di studi, a livello specialistico o post-laurea (traduzione giuridica, medica, ecc.), ma che un insegnamento linguistico non dovrebbe a mio avviso porsi il compito di esplorarli frontalmente, perché non si finirebbe mai, non è possibile fornire al discente tutte le competenze specifiche.
Quello che si può fare è spiegare, in un corso di traduzione che si ponga come linguistico, i processi morfologici di formazione del vocabolario specialistico, il meccanismo semantico che determina la creazione di un'accezione tecnica e le differenze che si possono determinare rispetto all'italiano, in particolare nel differente ricorso agli anglicismi e ai calchi semantici nel confronto tra francese e italiano.
Terzo importante motivo di utilità della scrittura giornalistica, sempre derivante dalle tecniche di comunicazione che le sono proprie, sta nella sua contiguità con quella letteraria, fattore che consente quindi di sperimentare su tali testi gli espedienti che caratterizzano la traduzione letteraria.
Intendo con questo la presenza di una dimensione stilistico-formale che si somma alla pura trasmissione di informazioni. Conosciamo quanti casi di intraducibilità provengano dalla componente morfologica. Le nozioni basilari della linguistica aiutano però a individuare la natura del problema e a cercare la possibile traduzione.
Il terreno di addestramento più immediato consiste nei giochi di parole, di cui chiedo agli studenti di tener conto come se si trattasse di tradurre un testo letterario, cominciando a suggerire io stesso le possibili traduzioni, ma osservando anche che ciò stimola molto il loro desiderio di trovare soluzioni migliori delle mie! Quando, ad esempio, ho proposto un breve articolo che dava notizia di un nuovo tipo di suole che con un sistema di bollicine interne aumentava l’elasticità del passo, con conseguente senso di sollievo fisico ma anche mentale, mi sono incaricato di affrontare la traduzione del titolo, che suonava:

Le bien-être à coups de pompes

Si è trattato naturalmente di indicare anzitutto l'uso colloquiale di pompes come scarpe, da cui il doppio senso dei «coups de pompes». L’analisi delle componenti semiche (il benessere, i colpi di pompa e le suole) ha quindi condotto una riformulazione che trasferiva sul verbo italiano pompare la compresenza del senso proprio e figurato, e a un primo risultato quale «le scarpe pompano su il morale». Da ritoccare successivamente sulla tipologia dei titoli di articoli di questo genere, ottenendo quindi, ad esempio, Il morale? Lo pompano su le scarpe (o le suole) ! Un caso frequente e spesso non difficile è quello dei composti per sovrapposizione, che i linguisti italiani, sulla scia di una denominazione di Bruno Migliorini dettata da un atteggiamento avverso ad essi, hanno continuato sciaguratamente a chiamare «parole macedonia» (MIGLIORINI 1949 : 89), ma che in francese si designano in modo più consono come mots-valises. Quest’ultimo è infatti un calco dell’inglese portmanteau word, calco creato nel 1931 dal traduttore francese di Through the Looking-Glass (1871), romanzo di Lewis Carroll. Ora, ancora all’epoca di Lewis Carroll, il francesismo portmanteau era la bisaccia che si faceva pendere su entrambi i lati sulla groppa del cavallo. Quindi, in modo più appropriato, dovremmo parlare di «parole bisaccia». Ma mi piacerebbe che si potesse anche dare loro il nome di «parole-centauro» o «parole-sirena»…
A parte la circolazione globalizzata di molti di questi neologismi giornalistici, per questo caso particolare sembrerebbe trattarsi semplicemente di decostruire il termine e tentare di ricomporlo utilizzando le rispettive componenti della lingua d’arrivo. Ma anche risolvendo il problema morfologico, c’è sempre in agguato quell'altro, che riguarda l'insieme del lessico e che possiamo sempre teoricamente inquadrare nell'imperfetta corrispondenza fra le due lingue all'interno di un campo semantico. Così, il termine blackgeoisie, reperito in francese in un articolo dedicato alla fuoriuscita dall’emarginazione sociale dei rappers afroamericani, può essere reso con blackghesia, ma con qualche perdita di efficacia. Ciò dipende in parte dalla minore riconoscibilità dello pseudosuffisso -ghesia, ma anche forse dal differente statuto di bourgeois e di borghese nelle due lingue, malgrado la loro apparente equivalenza.
Ricordo di essermene reso conto con evidenza quando ascoltai alla radio un'intervista alla protagonista francese di un film centrato su una normale relazione sentimentale, quella che l’intervistatore italiano chiamò, appunto, «una coppia borghese», suscitando l’immediata protesta dell’attrice, come se l’altro intendesse attribuire a tale coppia uno status sociale altolocato. L’equivoco nasceva dal fatto che, in Italia, la borghesia si è formata dalla civiltà comunale, e in italiano con il termine borghese pensiamo prevalentemente a un «ceto medio», in realtà alla piccola borghesia. In Francia, invece, il riferimento spontaneo è alla classe danarosa che è diventata dominante negli ultimi due secoli, con le sue abitudini di agiatezza, la sua ideologia conformistica e la sua cucina. Perciò in italiano possiamo prendere borghese anche come sinonimo di «normale, comune», e parlare di agenti in borghese mentre in francese ci si veste en civil. E l’imborghesimento non ha lo stesso valore nelle due lingue.

Circa l’aspetto che mi è più caro, quello che riguarda la storia delle parole, nelle mie spiegazioni sul testo, cerco di fare emergere il concetto che le parole non sono oggetti immobili depositati nei serbatoi delle due lingue, che il dizionario mette in contatto in modo statico. Esse hanno una vita che ne fa cambiare di volta in volta la valenza e il suo corrispondente nella lingua d’arrivo. L'osservazione del francese parlato odierno ci fa scoprire, ad esempio, che quando un africano afferma «Je ne vois toujours personne se révolter quand je me fais insulter» (Libération, 20 novembre 2013), egli usa la perifrasi se faire+infinito come nuova forma di passivo, ormai lessicalizzata poiché sentiamo ugualmente dire «Il s'est fait renverser par un camion» o «Elle s'est fait pirater la boîte e-mail», e in tutti questi casi il controllo dell'azione non è del soggetto sintattico. La traduzione dovrebbe tenerne conto e trasporre in «vengo insultato», «è stata investita», «Le sono entrati nella mail», similmente alla trasposizione che operiamo quando è il caso di rendere il futuro perifrastico francese con quello sintetico italiano. Numerose altre spiegazioni di evoluzione diacronica, che fanno delle parole dei bersagli mobili, potrebbero essere evocati a proposito dei faux amis. Mi limito a citare due esempi che sfuggono facilmente all'attenzione degli studenti come dei dizionari. Il primo è il termine momento, che in italiano è sinonimo di istante, mentre in francese, in molti contesti, moment denota «un po' di tempo»: così se pregassimo qualcuno che ci chiama al telefono di attendre un moment, rischierebbe di apparire come una minaccia… Ancora più netto è il caso dell'aggettivo ulteriore, che in italiano ha preso il senso di «supplementare», mentre in francese ha mantenuto, dalla polisemia latina, il senso temporale di «posteriore». Se riguardo a momento/moment non possiamo sperare che un attento studio degli esempi riportati dal dizionario bilingue sia sufficiente a fare emergere alla coscienza dove sta la differenza fra durata puntuale e non puntuale, nel caso di ulteriore/ultérieur il fraintendimento è praticamente offerto sul palmo della mano. Ciò nasce sia dalla reciprocità delle voci nelle due rispettive parti del dizionario, sia nell'esempio ivi contenuto che invita a tradurre sviluppi ulteriori con développements ultérieurs, e viceversa, facendo sì che la sostanziale equivalenza pragmatica occulti la distinzione tra «altri sviluppi» e «sviluppi successivi».
Vorrei infine sottolineare l’ovvia utilità del chiarimento etimologico quando ci troviamo di fronte a espressioni proverbiali e locuzioni lessicalizzate. Mi è capitato di far notare, di recente, a proposito di se tirer la bourre (cioè «disputarsi, scannarsi») quante di esse provengano da attività umane che oggi non si praticano più o sono molto più marginali di un tempo, come il duello o la caccia. Perciò è invitato a ricercare a partire dai corrispondenti morfologici della lingua d'arrivo se ve ne siano di semanticamente analoghi. E a provare il piacere di scoprire termini egualmente polisemici, se il contesto contiene bivalenze morfologico-semantiche di cui tenere conto; ovvero di espressioni figurate tratte, nelle due lingue, dallo stesso campo semantico, come nella frase

J’ai eu un mal fou à retrouver cette photo

che può essere resa, senza partire per la tangente, con «ho fatto una fatica pazzesca a ritrovare quella foto».

Ho cercato così di riassumere i criteri della slow translation che propugno, e il senso che ho voluto anche dare al nome delle due collane di linguistica francese da me dirette presso Aracne, e che annoverano nel comitato scientifico Franca Bruera, Daniela Dalla Valle, Bruna Donatelli, Giovanni Santangelo, Laura Santone e Gilles Siouffi. Intitolandole «Toiles» e «Recherches sur Toiles», ho inteso associare il nome della Casa editrice alla lenta tessitura di una tela e alle operazioni coscienti che la orientano.
Che non ci si possa fermare a una consultazione frettolosa del dizionario bilingue apparirà banale a un traduttore letterario, ma credo che lo sia meno rispetto alle cattive abitudini correnti. Per sfuggire alle trappole della traduzione veloce a prima vista, non basta una buona conoscenza della lingua e di un ampio repertorio di faux amis. Come tante altre attività intellettuali, la traduzione subisce al giorno d'oggi le vicissitudini dell'accelerazione: operazioni strumentali, realizzate nel più breve tempo per urgenze di pubblicazione; documenti sottoposti ai computer, e a sempre più sofisticati sistemi di traduzione automatica, quando non affidati avventurosamente a «utilità» e «applicazioni» informatiche, con il risultato di renderli tanto oscuri quanto può essere irriconoscibile un corpo violentato.
Cosa può capitare a un malcapitato traduttore che si imbatta nel sintagma le Secrétaire perpétuel de l’Académie française ? Ad esempio, come è avvenuto su «Repubblica», che lo traduca «l'eterno segretario dell'Académie française»! Al di là delle lacune culturali, non si è posto infatti il problema delle denominazioni, e ha trattato perpétuel come un epiteto. Nei mesi scorsi, a proposito della discussione nel Parlamento francese della legge sulla penalizzazione dei clienti di prostitute, ho visto designare queste ultime nello stesso giornale come «ragazze della gioia», calco maldestro dell'espressione filles de joie che, nel corso della storia, prima di apparire anche nei rapporti di polizia, è stata utilizzata come designazione pudica nel linguaggio comune, come equivalente delle locuzioni italiane «ragazze di piacere» o, ancora più connotato, «donnine allegre», e che adesso viene ripreso anche dalle professioniste del settore come espressione meno infamante di altre.
Nel consolarmi del fatto che almeno non si sia tradotto «figlie della gioia», rilevo anche in questo caso come la denominazione tecnica abbia un origine storico-culturale. Questo fattore determina scelte di traduzione, ad esempio la scelta di mantenere il termine in lingua originale o ricorrere a integrazioni esplicative, quali note, parentesi o binomi traduttivi.
Anche se viviamo in una confusione di prodotti, nei quali fatichiamo a ritrovare la chiave del piacere salvo quello, un po' perverso, di rilevare gli effetti grotteschi che a volte si generano involontariamente nella trasfusione frettolosa di una lingua in un'altra, ci resta comunque un'impresa ancora possibile: incoraggiare un esercizio radicalmente diverso, come la ricerca dei sapori genuini che combatte le aberrazioni del fast food. Una slow translation che recuperi lo spessore originario dei testi, con le loro più o meno percettibili allusioni al contesto, con la ricchezza del loro tessuto lessicale, con le loro sottigliezze argomentative. Senza contare il fatto che riflettere sulle parole ha un benefico effetto collaterale nella più solida acquisizione in memoria.
Quindi ritengo che, per accorgersi delle insidie nascoste sotto l'apparente comprensibilità del testo, e per realizzare la traduzione più consona allo scopo, lo studente debba abituarsi inizialmente a un metodo di resa letterale, che venga sostenuta in particolare da molta attenzione ai meccanismi della frase complessa, e tenga conto dello spessore delle espressioni dell'originale. Contrariamente a quanto può invece facilmente avere imparato, scoraggio la tendenza alla «bella traduzione». Cioè, dopo avere risolto preliminarmente il problema della trasposizione della terminologia settoriale, il mio studente deve anzitutto resistere alla tentazione di quello che Milan Kundera ha chiamato «riflesso di sinonimia»2, cioè la tendenza spontanea del traduttore a sostituire il termine morfologicamente omologo della lingua d'arrivo con un sinonimo sentito istintivamente come più «elegante».
Solo dopo avere stabilito quanto si può mantenere del mot à mot e quanto va trasferito nella lingua d'arrivo secondo un ventaglio di operazioni codificate (trasposizioni sintattiche, equivalenze culturali, modulazioni del punto di vista), si potrà scegliere di allontanarsi dall'originale. L'abitudine a questo esercizio di traduzione dapprima lenta e paziente potrà creare, credo, dei traduttori che, a mano a mano, saranno in grado di velocizzare il proprio lavoro rimanendo vigili sulle insidie del testo e costanti nella correttezza dei loro criteri di traduzione. Mi confortano oggi la partecipazione attenta e sempre più attiva degli studenti all'elaborazione di una resa ideale più nel metodo che nel risultato, il loro crescente interesse verso tesi di traduzione e lo scrupolo con cui le affrontano, spesso ai limiti del perfezionismo.

Riferimenti bibliografici

KUNDERA, Milan, Les Testaments Trahis, Paris, Gallimard, 1993.

LADMIRAL, Jean-René, «Sourciers et ciblistes», Revue d'esthétique, n.12, 1986, p.33-42.

MIGLIORINI, Bruno, «Uso ed abuso delle sigle», in Id., Conversazioni sulla lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1949, p. 86-90.

MOUNIN, Georges, Les problèmes théoriques de la traduction, Paris, Gallimard «Bibliothèque des Idées», 1963.


1
Numeri datati rispettivamente 16 e 12 aprile.

2
Semplifico la dizione così come mi sembra possibile. Per essere precisi, Kundera (1993: 130-132) parla infatti di «réflexe de synonymisation».

Per citare questo articolo:

Aurelio PRINCIPATO, Per un'ideale «slow translation», Repères DoRiF Les voix/voies de la traduction - volet n.1 - coordonné par Laura Santone - octobre 2015, DoRiF Università, Roma octobre 2015, http://www.dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=250

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