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Simona ARGENTIERI

La Babele in cui viviamo

	 
  

Simona Argentieri
Medico psicoanalista, Membro Ordinario e Didatta dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi e dell'International Psycho-Analytical Association
simonaargentieri@libero.it

	 
  

Comporre la prefazione e poi presentare il libro di Silvana Borutti e Ute Heidmann è stata per me un'occasione doppiamente felice. Sia perché la loro opera è davvero affascinante, sia perché mi ha consentito di immergermi nuovamente in una materia che a mia volta frequento da tempo con passione: quella della traduzione e - in una dimensione più vasta - quella di indagare ciò che accade nella mente di chi pensa, parla, sogna in più lingue.

La mia formazione è di medico psicoanalista; ma sia pure a partire da un vertice teorico e clinico molto lontano, concordo pienamente con l’assunto delle autrici secondo il quale, se la traduzione è trasmissione e trasposizione di messaggi, il sinonimo che si cerca nel passaggio da una lingua all’altra non si può avvalere di un’equivalenza assoluta; poiché ogni parola evoca in noi una profonda risonanza inconscia e preconscia di sinestesie, di rappresentazioni di suoni, odori, gusti, colori che derivano dalle precedenti esperienze senso-percettive delle tante «cose» che abbiamo incontrato e degli affetti che a quel termine si sono associati. Una ricchezza al tempo stesso verbale e preverbale che si eleva all’ennesima potenza nei multilingui, in tutti coloro che hanno imparato a conoscere e a denominare le esperienze nei diversi contesti culturali e linguistici.

Il titolo scelto dalle due autrici – La Babele in cui viviamo – fa esplicito riferimento alla realtà nella quale siamo immersi. In effetti, nell’attuale momento storico il problema della comunicazione tra individui e popoli è in primissimo piano e la questione delle lingue permea capillarmente – e talora drammaticamente – ogni ambito: la politica, il commercio, la scuola, l’editoria, i flussi migratori, il turismo, lo spettacolo...

In un così convulso panorama sembrano obsolete e remote le antiche questioni delle distinzioni tra polilinguismo (chi impara a parlare in più lingue) e poliglottismo (chi aggiunge un nuovo idioma alla lingua materna originaria), le delicate vertenze sulle lingue e sui soggetti parlanti, su ciò che accade nella loro mente a livello conscio e inconscio; sulla struttura di idiomi e dialetti, sul periglioso attraversamento di culture e saperi da un codice linguistico a un altro.1

Il libro di Silvana Borutti e Ute Heidmann invece, pur radicato nell’attualità, restituisce al problema la sua dignità storica, lo spessore teorico e la ricchezza umana di un’avventura di antichissime radici, dai miti delle origini ai sofisticati sviluppi della linguistica e della psicolinguistica. Come testimonia il sottotitolo Traduzioni, riscritture, culture, le due autrici si calano infatti nel dramma della modernità, senza arroccamenti aristocratici; ma anche senza concessioni allo spirito arido e sommario del nostro tempo.

Il cuore dell’impresa è espresso esplicitamente fin dalle prime pagine: poiché la traduzione sinonimica (dire la stessa cosa in due lingue diverse) è dichiaratamente impossibile, dato che in ogni trasposizione da un idioma all’altro, da un testo all’altro, si verifica sempre una perdita o un cambiamento, come trasformare questa entropia in un frutto euristico? Come – a partire da un ineluttabile scacco – derivarne un arricchimento della comunicazione e del sapere? «Il testo tradotto non dice la stessa cosa del testo originario, ma dice qualcosa d’altro; e questo “altro” mette in atto, rivela, fa dialogare le differenze». Lo sanno bene i poeti che in tutti i tempi si sono prodigati a tradurre altri poeti, tra passione e disperazione. Così ogni difficoltà apparentemente «tecnica» rilancia un interrogativo che – se raccolto e indagato – può ridare ali all’impresa; non molesto incidente di percorso, banale zavorra, bensì occasione di incontro e di reciproco svelamento.

Silvana Borutti e Ute Heidmann – una filosofa e una letterata, unite da un comune interesse epistemologico – ci offrono un’impressionante quantità di nozioni, informazioni, citazioni che si intrecciano nel libro gettando ponti tra le loro discipline di partenza e l’estetica, la storia e la poesia, la psicoanalisi e la linguistica, la sociologia e la semiotica.

Tuttavia mai si sente il peso di tanta sapienza, non c’è sfoggio narcisistico di cultura, ma consapevolezza della necessità – mai pressante come oggi – di creare nessi, collegamenti teorici tra discipline e saperi.

Così fanno dialogare capitolo dopo capitolo Quine, Jakobson e Derrida, l’ermeneutica di Schleiermacher e di Gadamer, rivisitano i raffinati tragitti concettuali di Benjamin, per poi approdare al capitolo 4 – Traduzione e ontologia, a mio avviso uno dei più interessanti – dove si confrontano con la complessità delle questioni antropologiche, del relativismo linguistico e culturale e della traduzione come paradigma stesso dell’incontro interculturale; cioè di quella che denominano l’«alterità asimmetrica». L'ambiguità e polivalenza del significato delle parole diviene così la sfida, il tormento, ma anche il gioco incantevole di tutti coloro che si sono cimentati nell’avventura infinita della traduzione delle poesie.

Paul Valéry sostiene infatti - come ci ricordano Borutti e Heidmann - che la poesia, in quanto tensione tra suono e senso, è intraducibile in prosa: i versi, una volta trasposti in un altro idioma, «sono uccelli morti ... i versi più belli del mondo sono insignificanti o insensati una volta infranto il loro movimento armonico, una volta alterata la loro sostanza sonora...» Nella traduzione non solo si perde l’alone sinestetico originario, ma si altera necessariamente il tessuto musicale intrinseco.

È per tali ragioni che per tradurre una poesia occorre un altro poeta, affinché – come dice appunto un poeta, Robert Frost – ciò che è Lost in traslation possa essere ricreato altrove e in altro modo.

Un delicato e sensibile esempio ci viene porto nel capitolo 2 con l’analisi fono-simbolica de Il gelsomino notturno di Pascoli, dove la sillaba «la» – come avverbio di dislocazione che allude alla distanza e all’altrove e come gruppo fonematico di consonante liquida + vocale – pervade quasi tutti i versi: «Tutta la poesia è percorsa a livello significante da simboli dell’esclusione, della distanza e della morte» – un campo semantico del crepuscolo-tramonto-morte rafforzato anagrammaticamente dalla presenza di «Lari» in «crepuscolari». Un altro esempio è l’analisi dei versi finali della poesia Tübingen, Jänner di Paul Celan, dove le figure sonore sillabiche rinviano alla gestazione della parola umana nella lallazione: la prima forma di resistenza al vuoto e al silenzio, la prima forma di passaggio dal muto al sonoro. A mio avviso, queste analisi sono una luminosa prova di quanto sia impossibile e comunque penalizzante in epoca post-freudiana non tenere conto della dimensione inconscia individuata dalla psicoanalisi; purché – come fanno le due autrici – l’intersezione disciplinare avvenga con scrupolosa attenzione metodologica.

Allora il cosiddetto «fonosimbolismo», la musicalità del verso, non è più l’ostacolo insormontabile della traduzione, ma situazione poetica nella quale è messo alla prova «l’equilibrismo strabico del traduttore tra ritmo originario del poema e orizzonte linguistico e storico-culturale di possibilità e di attese».

Nella parte finale si può cogliere in forma ancor più evidente la caratteristica precipua del libro: dopo un capitolo di grande peso specifico teorico dedicato all’epistemologia del comparare e del tradurre in letteratura, all’euristica delle differenze, al metodo della comparazione differenziale, il lettore può lasciarsi andare al piacere e al fascino dei due ultimi capitoli, dedicati l’uno alle (Ri)scritture antiche e moderne: il mito di Orfeo, l’altro ai Modi diversi di riscrivere Prometeo e di tradurre Kafka.

L’attenzione minuziosa e devota alla lettura di un autore molto amato – Franz Kafka – consente alle autrici di cogliere nell’edizione postuma di un testo l’arbitrio e la libertà (un dato sfuggito ai più) che si è consentito l’amico ed esecutore testamentario Max Brod, che aggiunge un titolo – Prometeo – a un celebre frammento e modifica la sequenza di alcune frasi. Poche righe spostate, un trattino in più, che traduttori meno attenti di loro seguono e riproducono da un idioma all’altro. «Questo comportamento da maestro di scuola» – commentano – prova che Brod non ha percepito affatto l’importanza della cancellazione della punteggiatura per il ritmo, che nel testo originario è spezzettato ed ellittico.

L'aspetto più interessante del libro è a mio parere la capacità di rilanciare la questione della traduzione nell'arena della modernità, fertilizzando i territori di confine. Così è avvenuto per me, che appunto attraverso le loro riflessioni sul frammento kafkiano ho potuto rivisitare con uno strumento in più, raffinato e autorevole, uno dei campi più difficili della mia disciplina: quello delle depressioni narcisistiche, una forma morbosa assai più complessa di quanto si intenda, in senso colloquiale, per "umor nero"; e assai diversa anche dall'accezione medico-psichiatrica corrente, che tende ad inglobare sotto il termine di depressione (e a curare con gli stessi psicofarmaci) il tormento esistenziale, i dolori della vita, e le vere e proprie patologie psichiche.

Secondo la configurazione a suo tempo individuata da Freud in Lutto e melanconia2, chi è affetto da depressione narcisistica vive la sua sofferenza come un lutto patologico: una ferita aperta dalla quale continuamente sgorga sangue. Non solo la ferita non si chiude, non guarisce; ma sembra che il paziente non voglia farla cicatrizzare. Attivamente la va a riattivare con il suo rimuginare, esacerbando il dolore per mantenerla viva e sanguinante.

Questi pazienti vogliono mettere in scacco la terapia, non vogliono consolarsi, restano aggrappati al proprio lamento come unico modo per non rinunciare definitivamente all’oggetto d'amore deludente e al tempo stesso per esprimere aggressivamente il diritto rancoroso alla propria sofferenza. Il loro funzionamento psichico è collassato in uno stato di immobilità, di iperpresente, una sorta di spasmo psichico teso invano a trattenere la perdita. La concreta metafora della ferita che sanguina, che così spesso ricorre nei sogni e nelle fantasie, è l'opposto di una cicatrice; segno indelebile del trauma subito, ma configurato in un tempo passato. Utilizzando l'immagine kafkiana, il paziente è al tempo stesso il misero Prometeo che subisce lo strazio delle carni, ma anche l'aquila crudele che lo tormenta continuamente a colpi di becco.

La sofferenza narcisistica resiste tenacemente alla cura, come difendesse l'ultimo baluardo di un prezioso nucleo identitario. E' una situazione assai frustrante per il terapeuta, che spesso vede l'acuirsi dei sintomi quanto più si ostina in un atteggiamento salvifico. Può invece accadere, in un clima di umiltà e di pazienza, che nel corso dell'analisi, pur senza che il paziente lo ammetta, la ferita clandestinamente si rimargini. Il trauma non è dimenticato, né perdonato, ma ha perso di senso.

Proprio come ci dice Kafka nella ricostruzione del frammento fatta dalle nostre autrici, che restituiscono al testo la valenza originaria di versione impersonale e straniante del mito di Prometeo; un'intuizione che va ben oltre la questione filologica, a cogliere la dimensione esistenziale modernissima della mancanza di un senso delle umane sofferenze, a evocare la qualità tragica e banale di ogni destino.

«… ci si stancò di ciò che era diventato senza fondamento. Si stancarono gli dei, le aquile. La ferita si chiuse stanca» (Franz Kafka – Prometheus).

1
AMATI MEHLER, Jacqueline, ARGENTIERI, Simona, CANESTRI, Jorge, La babele dell'inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica, Milano, R. Cortina, 2003 [1990].

2
FREUD, Sigmund, Lutto e melanconia (1915), in Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1980.

Per citare questo articolo:

Simona ARGENTIERI, La Babele in cui viviamo, Repères DoRiF Les voix/voies de la traduction - volet n.1 - coordonné par Laura Santone - octobre 2015, DoRiF Università, Roma octobre 2015, http://www.dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=261

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