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Danielle LONDEI

La traduzione, luogo permanentemente percorso, eternamente rivisitato

	 
  

Danielle Londei
Université de Bologne (Campus de Forlì)
danielle.digaetano@unibo.it

	 
  

Il libro di Silvana Borutti e Ute Heidmann, La Babele in cui viviamo. Traduzione, riscritture, culture (2012) ha avuto come primo effetto quello di riconciliarmi con me stessa perché mi ha fornito, magistralmente, la conferma di quanto difendo da decenni con l’impressione di essere atipica e ignorata nella mia area disciplinare: la mia profonda convinzione che il rinnovamento della ricerca debba avvalersi di approcci inter-trans-disciplinari.

1. Pluri-inter-transdiciplinarità della traduzione

Il libro è da questo punto di vista esemplare perché dimostra come le vie da percorrere possano essere tante di fronte a importanti concetti e problematiche, purché non si smarrisca l’obiettivo. Questi percorsi che mettono a confronto studiosi di varie discipline, desiderosi di scambiare tra loro punti di vista pur tenendo fermo il timone nella propria specialità, possono stimolare i ricercatori accademici a osare di più, a esplorare quel che succede altrove, a prendere coscienza che la ripartizione delle discipline universitarie – ancora basate su una suddivisione dei saperi ottocenteschi – ha bisogno di ripensare queste ripartizioni alla luce di nuovi territori della conoscenza. L’approccio proposto da questo bellissimo libro – “bello” perché consente di scoprire nuove e possibili rappresentazioni del mondo – dimostra che si può dialogare, comunicare, che è possibile completarsi tra discipline, e su questo filo le riflessioni delle due autrici approdano a un saggio plurale di altissimo livello e respiro, stimolante tanto da costringere il lettore curioso ad affrontare le problematiche traduttive da diversi spunti di riflessione. Infatti, in Italia, forse più che altrove, nei campi delle lingue, delle scienze umane, si tende a svolgere la ricerca ancorati in monodiscipline, mentre il rinnovamento teorico e metodologico nei nostri settori richiederebbe la capacità di saper conciliare la propria specializzazione dominante all’interno di uno scambio dialogico allargato a più discipline. Parafrasando Einstein, si potrebbe dire che un problema non si può risolvere usando lo stesso tipo di ragionamento che lo ha creato.

Rispetto alle teorie della traduzione, all’interpretazione delle culture, al comparativismo letterario, alla filosofia, al plurilinguismo imperante nel mondo odierno o alla riduzione dell’uso di una lingua franca di cui questo saggio tratta, si potrebbe obiettare che tutto questo ci invita a percorrere un territorio scientifico che potrebbe sembrare ibrido, non lineare, senonché, come sempre, quando la meta è identificata, non ci si smarrisce, anzi si scopre che la problematica della traduzione attraversa tanti territori disciplinari, e se non accettiamo di viaggiare tra essi, allora si rischia di sottostimare un problema, un’evidenza che riguarda tutti – studiosi e utenti delle lingue –, cioè che siamo tutti immersi nel tradurre, nell’interpretare, nel cercare di capire gli altri e noi stessi. Come se i tanti tipi di incontri con l’altro, che sottostanno alla vita umana, trovassero nella traduzione la chiave d’accesso privilegiata.

L’ampiezza di questo studio a quattro mani renderebbe riduttivo il tentativo di volerlo presentare nella sua interezza. Per noi studiosi un’opzione possibile può essere quella di reagire agli stimoli presentati e di offrire il proprio pensiero, mirando a un ideale scambio dialogico. Le autrici, mi auguro, accetteranno questa mio proposito che rende omaggio alla complessità delle loro riflessioni, che ci aiutano, o ancor meglio, ci obbligano ad accogliere, riflettere, ripensare i nostri punti di vista. E proprio per questo vanno ringraziate.

2. Tradurre le lingue/tradurre le culture

In primis va detto che le teorie culturali che servono da sfondo implicito a qualunque operazione traduttiva non sono un’invenzione recente. Al contrario, queste operazioni si sono sviluppate progressivamente a partire dal modo in cui i singoli o i gruppi hanno riflettuto sui mutamenti culturali nell’arco dei secoli e nei tanti spazi dove le culture si sono impiantate. È certamente indiscutibile che i ricercatori dovrebbero prendere molto sul serio le opinioni espresse dalle persone che studiano. Questo assioma richiede che si presti attenzione non solo al sapere locale, come ha raccomandato l’antropologo americano Clifford Geertz, ma anche a quella che si potrebbe chiamare la teoria locale, ossia a concetti come imitazione o adattamento.

Nella storia dell’occidente, dall’antichità classica in poi, una delle categorie che è servita a discutere l’interazione culturale è quella dell’imitazione. Il suo lato positivo si può trovare nella teoria letteraria classica e rinascimentale in cui l’imitazione creativa veniva presentata come l’emulazione di Cicerone, di Virgilio e di altri modelli prestigiosi. Un’alternativa all’imitazione era l’idea di appropriazione. Il contesto originale del termine era la discussione fra i teologi, allora riveriti come i Padri della Chiesa, sugli usi della cultura pagana permessi ai primi cristiani. Questi processi si potrebbero descrivere come l’idea di reimpiego, cui inconsapevolmente o meno, teorici contemporanei dell’appropriazione come Michel de Certeau e Paul Ricœur hanno attinto muovendo dalla tradizione cristiana. Le famose discussioni sull’antropofagia nel Brasile del primo Novecento, preoccupate come erano di prendere qualcosa di estraneo e di digerirlo, rappresentano nondimeno una variante a questo tipo di approccio. La discussione sulla digestione è a sua volta vecchia, adottata da Seneca fra gli altri e resuscitata nel Rinascimento, come nell’epigramma di Francis Bacon (1561-1626) all’interno del suo saggio Of Studies : “Alcuni libri vanno assaggiati, altri inghiottiti, altri ancora masticati e digeriti”. Il lato oscuro dell’idea di appropriazione si può trovare nelle accuse di plagio.

Il termine più moderato della medesima famiglia è prestito culturale, che ha acquisito un significato più positivo nella seconda metà del Novecento. Cosi, secondo lo storico francese Fernand Braudel (1902-1985), perché una cultura viva le è indispensabile dare quanto di ricevere, dare e prendere in prestito: “Pour une civilisation, c’est à la fois être capable de donner, de recevoir, d’emprunter” (2002). Edward Said ha dichiarato che la “storia di tutte le culture è storia di prestito culturale” (1998). Per i linguisti, prestito è da tempo un termine neutro, descrittivo. Il sociologo cubano Fernando Ortiz (1881-1969) si avvicinò all’odierna idea di reciprocità quando in un suo saggio del 1940, intitolato Contrapunteo cubano del tabaco y el uzùcar, propose di sostituire la nozione di acculturazione, troppo unilaterale, con quella di mutua transculturazione. Anche l’espressione scambio culturale è diventata di uso comune soltanto da poco, benché fosse già impiegata all’inizio del Novecento nell’opera dello studioso tedesco Aby Warburg (1866-1929). Comunque sia, il termine scambio non dovrebbe assolutamente implicare che a ogni atto culturale in una direzione debba corrispondere un uguale atto culturale di segno opposto nell’altra: il peso relativo delle due direzioni di scambio è materia di ricerca empirica.

Un’altra espressione sempre più diffusa è quella di traduzione culturale, espressione adottata per descrivere il meccanismo attraverso il quale gli incontri culturali producono forme nuove e ibride. Tra le metafore in uso per definire l’argomento, quella linguistica sembra la più utile e la meno fuorviante. Tant’è che l’antropologo Bronilaw Malinowski (1884-1942) sosteneva che “l’apprendimento di una cultura straniera è come l’apprendimento di una lingua straniera” e sottolineava che con i suoi saggi cercava di “tradurre le situazioni melanesiane nelle nostre” (cit. in BURKE 2008 : 48). Tuttavia, l’idea che comprendere una cultura diversa fosse analogo al processo di traduzione divenne per la prima volta corrente fra gli antropologi negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

La figura chiave di questa transizione è l’antropologo britannico Edward Evans-Pritchard (1902-1973), che nel 1951 scriveva di “traduzione da una cultura all’altra” e dell’abilità richiesta “per tradurre nella propria lingua una cultura straniera”. Uno dei suoi discepoli arrivò a dichiarare che “l’antropologia è un’arte di traduzione”.

Il contesto originario per l’emergere della metafora era il problema pratico di come rendere termini chiave adottati dai popoli studiati quando non avevano equivalenti nelle lingue parlate dagli antropologi. Oggi l’uso della metafora “traduzione culturale” non è più confinato all’ambito di discussione filosofica o semi-filosofica su quanto facciano gli antropologi o gli storici culturali. Questo uso è stato esteso per comprendere il pensiero e l’azione di chiunque. L’intuizione a tale ampliamento è stata espressa con esemplare concisione da George Steiner: “Quando leggiamo o udiamo una qualche espressione linguistica del passato […], noi traduciamo”, o ancora: “all’interno delle lingue o tra esse, la comunicazione umana equivale alla traduzione” (1995 : 22,47).

Il termine traduzione presenta due vantaggi. In primo luogo, quello di sottolineare lo sforzo che si richiede a individui e gruppi per ammansire l’altro, così come le strategie e le tattiche che si adottano a questo scopo. In secondo luogo, il vantaggio della neutralità, con connotazioni di relativismo culturale. Proprio questa è stata una delle ragioni della sua attrattiva iniziale presso gli antropologi. Traduzione è in contrasto con termini valutativi come incomprensione o abuso. Un tale contrasto fra terminologia neutra e valutazione solleva la domanda se sia possibile operare traduzioni culturali erronee. È difficile rispondere, per il fatto stesso che mancano criteri condivisi che definiscano che cosa costituirebbe in questo ambito quello che viene definito errore.

Pensando alla possibile direzione della ricerca negli studi culturali, potrebbe risultare fecondo se gli studiosi prestassero maggior attenzione a quanto in una determinata cultura resiste di più alla traduzione, e quanto va perso nel processo di traduzione da una cultura all’altra. Uno degli aspetti cruciali dell’idea di interculturalità consiste nell’accettare che non sia spiegabile, né dimostrabile o traducibile e che le ricerche pongano più domande o formulino più ipotesi di quante risposte concrete e definitive esse offrano. È venuto il tempo di meditare sullo statuto rimosso della traduzione e sull’insieme delle resistenze che essa testimonia, come ci invitava peraltro a fare Antoine Berman (1942-1991) quando scriveva: “Toute culture résiste à la traduction même si elle a besoin essentiellement de celle-ci. La visée même de la traduction – ouvrir au niveau de l’écrit un certain rapport à l’Autre, féconder le Propre par la médiation de l’Etranger – heurte de front la structure ethnocentrique de toute culture, ou cette espèce de narcissisme qui fait que toute société voudrait être un Tout pur et non mélangé. Dans la traduction, il y a quelque chose de la violence du métissage. Herder l’a bien senti, en comparant une langue qui n’a pas encore traduit à une jeune fille vierge. Peu importe qu’au niveau de la réalité, une culture et une langue vierges soient aussi fictives qu’une race pure” (1984 : 16).

Paul Ricœur (1913-2005) sottolinea che nello scambio che contraddistingue ogni traduzione, siamo di fronte a un paradosso tra il “condurre il lettore verso l’autore e l’autore verso il lettore” in quanto permane una problematica irrisolvibile: quella del voto di fedeltà di fronte al rischio di tradimento. In questo scambio risiede quello che il filosofo ha chiamato simbolicamente “travail de souvenir, travail de deuil” (2004 : 9).

Ma non basta, le lingue non sono solo diverse nel loro modo di ritagliare il reale, ma anche nel modo di ricomporlo a livello del discorso, aggiunge Paul Ricœur. Prosegue nell’affermare che i testi, a loro volta, fanno parte di insiemi culturali attraverso i quali si esprimono delle visioni del mondo differenti. Dai tempi più remoti, la traduzione esiste; ci sono sempre stati individui di cultura – pensatori, scrittori, mercanti, viaggiatori, ambasciatori… – che volevano estendere gli scambi tra esseri umani al di là della propria comunità. Questi uomini di cultura hanno sempre saputo che c’erano degli stranieri che avevano altri modi e altre lingue per esprimersi. Si potrebbe avanzare che è questa l’épreuve de l’étranger alla quale la traduzione ha sempre fornito una risposta parziale.

A monte questa prova presuppone una curiosità. Conosciamo il paradosso di Montesquieu Comment peut-on être persan? , ed è su questa curiosità nei confronti dello straniero che s’innesca quel che nel suo saggio il filosofo chiama le désir de traduire.

Uno degli apporti dell’antropologia mette in relazione ciò che può essere osservato, quel che se ne dice e da parte di chi. Le osservazioni e la loro messa in relazione o in tensione con i discorsi e gli atti linguistici non hanno come obiettivo quello di rivelare un’ipotetica verità tramite raggruppamenti, ma piuttosto di prendere in considerazione i vari livelli di articolazione delle appartenenze e lo spazio che le separa e le avvicina. Bisogna quindi mettere in opera un lavoro di riflessione indispensabile per chiarire ed esplicitare le circostanze della ricerca.

Ogni atto di ricerca, di lavoro sugli altri è politico. L’influenza che esercitano i ricercatori sui dati raccolti è raramente tematizzato nella ricerca interculturale, come d’altronde in altre discipline e in campi interessati alle scienze umane e sociali. Ciò significa che la raccolta dei dati deve essere maggiormente evidenziata come un processo di incontro e di negoziazione tra gli attori sociali e deve rendere visibili i posizionamenti rispettivi. La conseguenza di un tale comportamento è che uno degli aspetti cruciali del concetto d’interculturalità consiste nell’accettare che siamo in un ambito empirico, dove si procede per interrogazioni e si considera in partenza che le risposte a cui si approda sono raramente definitive. Prenderne atto non significa rinunciare a indagare con convinzione. Nel passaggio da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, vi è sempre un resto, anche se nessuno riuscirebbe a testimoniarlo. Questo perché una lingua o una cultura trattiene al suo interno più ricordi dei suoi stessi locutori e attori. È simile a uno strato geologico segnato dai vari spessori di una storia più antica di quella degli esseri viventi, e sopporta inevitabilmente le epoche attraversate. Sono le vestigia del passato che si sovrappongono con una densità e una complessità spesso impenetrabili. Substrat è il nome che Jacob Hornemann Bredsdorff ha coniato al vestigio che una lingua lascia impresso in un’altra, indicandovi quell’elemento dimenticato ma segretamente conservato nel passaggio, in apparenza continuo, che poi segue da un idioma all’altro. Stesso ragionamento potremmo applicare al passaggio da una cultura all’altra.

Walter Benjamin (1892-1940) ha inventato un concetto per designare ciò che persiste alle vicissitudini delle umane facoltà di memoria e di oblio. È quel che lui chiama l’indimendicabile. Questa nozione appare in un passaggio celebre del testo La tâche du traducteur, in introduzione ai Tableaux parisiens di Baudelaire, redatta in gran parte nel 1921. In apertura del saggio, Benjamin si prefigge di definire in che senso si possa qualificare un’opera traducibile. Egli confuta a questo fine una credenza superficiale: che questa questione possa essere riconducibile alla presenza o all’assenza di un buon traduttore. Il filosofo sostiene che “certains concepts de relation gardent leur bonne, voire peut-être leur meilleure signification si on ne les réfère pas d’emblée exclusivement à l’homme” (1982 : 16). Ed è allora che evoca questa nozione dell’inoubliable. Benjamin sorprendentemente insiste su questo tratto: sul fatto che gli uomini siano suscettibili di dimenticare. Come lui stesso precisa, il predicato inoubliable non si rapporta all’umanità, ma a un’esigenza che rimane indifferente alla propria realizzazione, vale a dire l’esigenza che qualcosa rimanga, nella sua essenza, impossible à oublier.

La Torre talmudica è senza dubbio un simbolo di questa natura immemoriale. Si può immaginare che per quelli che continuarono a viverci dopo il castigo rimase familiare benché dimenticata. Senza saperlo gli abitanti dell’edificio biblico appartenevano sempre a quel monumento che ormai non esisteva più. E finché sarebbero stati investiti dall’aria che il decreto divino aveva alterato, avrebbero continuato a dimenticare e avrebbero, di conseguenza, lasciato la dimenticanza sussistere attorno a loro.

Sono forse loro i nostri antenati amnesici? Il segno più sicuro che viviamo ancora nella Torre è forse che non lo sappiamo più, visto che abitarci non significa altro che sopravvivere nella confusione della sua atmosfera. Così Babele, distrutta, persisterebbe in noi, sottoposti senza fine alla confusione delle lingue, e noi sussisteremmo in lei, ostinati nell’oblio e costretti all’eterna traduzione imperfetta.

Riferimenti bibliografici

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BENJAMIN, Walter, Introduction aux Tableaux parisiens di Baudelaire, in Charles Baudelaire – Un poète lyrique à l’apogée du capitalisme, Paris, Payot, 1982.

BERMAN, Antoine, L’épreuve de l’étranger, Paris, Gallimard, 1984.

BORUTTI Silvana., HEIDMANN, Ute, La Babele in cui viviamo, Torino, Bollati Boringhieri, 2013.

BRAUDEL, Fernand, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Paris, Armand Colin, 1996.

BURKE, Peter, Ibridismo, scambio, traduzione culturale, Verona, QuiEdit, 2008.

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GEERTZ, Clifford, Interpretazionedi culture, Bologna, Il Mulino, 1988.

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ORTIZ, Feranando, El mutuo descubrimiento de dos mundo, ristampa in Id., Etnia Y Sociedad, La Havana, Editorial de Ciencias, 1993.

RICOEUR, Paul, Sur la traduction, Paris, Bayard, 1984.

STEINER, Georges, Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione, Milano, Garzanti, 1995.

Per citare questo articolo:

Danielle LONDEI, La traduzione, luogo permanentemente percorso, eternamente rivisitato, Repères DoRiF Les voix/voies de la traduction - volet n.1 - coordonné par Laura Santone - octobre 2015, DoRiF Università, Roma octobre 2015, http://www.dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=269

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