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Ute HEIDMANN

Proposte per un approccio «comparativo e differenziale» del tradurre

Ute Heidmann
Université de Lausanne
ute.heidmann@unil.ch

Résumé

Cette contribution1 présente une méthode comparative destinée à mettre à jour le travail subtil de différenciation que le traducteur accomplit en réponse aux propositions de sens des textes à traduire. Elle montre que ce dialogisme intertextuel et interdiscursif qui sous-tend l’activité du traduire est «doublé» par un dialogue constitutif avec les genres discursifs et poétiques déjà existants, dialogue dont naissent sans cesse de nouvelles formes et pratiques génériques aptes à dire ce qui change d’une époque et d’une culture à l’autre.

Abstract

This contribution1 presents a method of comparative analysis that sheds light on the process of differentiation accomplished by the translator in response to the complex meaning conveyed in the original works. Differential comparison shows that the intertextual and interdiscursive dialogism that underlies the activity of translating is doubled by yet another dialogue with the already existing genres, which produces new generic forms able to say what changes form one age and one culture to the other.

Parole chiave : la comparazione come strumento euristico; il tradurre come ri-enunciazione; la (ri)configurazione generica e intertestuale del testo tradotto

«Non possiamo distanziarci dal linguaggio: abitiamo radicalmente le nostre lingue, i nostri giochi linguistici, le nostre teorie, e ne assumiamo le reificazioni, le ontologie, il modo di costruzione del mondo», osserva Silvana Borutti (BORUTTI 1991: 92). Riconoscere la singolarità e la complessità di ogni lingua comporta il constatare l’irriducibile differenza delle lingue che Wilhelm von Humboldt descrive in questi termini:

Man hat schon öfter bemerkt, und die Untersuchung sowohl als die Erfahrung, bestätigen es, dass, so wie man von den Ausdrücken absieht, die bloss körperliche Gegenstände bezeichnen, kein Wort einer Sprache vollkommen einem in einer andern Sprache gleich ist.(HUMBOLDT 2000: 32)

Analisi ed esperienza confermano quanto si è già detto più volte e cioè che, astraendo dalle espressioni che designano semplicemente degli oggetti fisici, nessuna parola di una lingua è perfettamente uguale a quella di un’altra lingua2.

Nei suoi studi comparativi delle lingue, Humboldt estende tale diagnosi dal piano lessicale alla morfologia e alla sintassi. Egli dimostra che, attraverso la loro diversità morfologica e sintattica, le lingue generano delle differenze fondamentali nei modi di pensare e di percepire il mondo. Tale constatazione induce Humboldt (e successivamente Quine, Derrida e Borutti) a concludere che la traduzione sinonimica è impossibile: vi è sempre e inevitabilmente perdita di senso nel passaggio da una lingua all'altra e da un testo all'altro. Limitandosi alla prospettiva di una sola lingua, tale impossibilità fondamentale della traduzione è per forza percepita negativamente, come un'entropia (BORUTTI 1991): entropia nella prospettiva della lingua di partenza e del testo da tradurre, poiché questo non sarà mai in grado di restituire tutta la complessità semantica in un'altra lingua; entropia anche nella prospettiva della lingua d’arrivo del testo tradotto poiché quest'ultimo non riesce mai a tradurre senza che vi sia un’irreversibile perdita di senso.

Il problema si pone diversamente se affrontato nella prospettiva del comparatista. Situato per definizione nello spazio mediano tra le lingue e le culture, ovvero tra almeno due lingue e due culture per volta, egli può, al contrario, considerare questa impossibile sinonimia come positiva, come uno spazio di feconda investigazione, e considerare tale «perdita» come una trasformazione creativa. Questa impossibilità apre infatti sulla complessa interazione che l’irriducibile differenza tra le lingue rende necessaria. Questa interazione interviene a mio avviso nell'atto stesso del tradurre in reazione all’impossibile sinonimia, in risposta all'enunciato, testo o libro da tradurre, e interviene ben più che in termini di imitazione e ripetizione. Il testo tradotto non può esprimere la stessa cosa del testo da tradurre, ma dirà altro, farà scorgere le differenze, le metterà in atto. L'entropia della traduzione sinonimica offre, infatti, allo studio comparativo delle lingue e culture uno spazio privilegiato di investigazione. Con Silvana Borutti, ritengo che «la situazione di traduzione [è] una situazione esemplare del conoscere, in cui il conoscere deve fare i conti con la differenza e la distanza ‑ anzi, in cui il conoscere è mostrare la distanza. […] a ben vedere l'entropia, il problema della distanza dei linguaggi, è anche lo spazio positivo in cui si riconosce che l'operazione conoscitiva è in primo luogo lavoro della distanza e della differenza» (BORUTTI 1991: 82).

È allora tanto più pertinente studiare le lingue, le letterature e le culture iniziando dalle loro differenze in quanto la differenziazione è il principio stesso della loro genesi. Le lingue e le culture si sono infatti formate ed evolvono «dans les échanges et dans les conflits avec les autres» (RASTIER 2001: 281). La disamina di questo complesso processo di differenziazione richiede un metodo atto a cogliere ed interpretare tali differenze. Ritengo che il metodo comparativo sia in grado di affrontare tale sfida, a condizione, tuttavia, di definirne i presupposti e il procedimento. Si tratta, cioè, di fare della comparazione uno strumento euristico che consenta di prendere in esame le differenze, ovvero l'alterità. Ho proposto di chiamare questo tipo di comparazione «differenziale»3.

Il Dictionnaire historique de la langue française dà una definizione interessante del verbo comparare, in quanto distingue le diverse fasi dell'approccio comparativo. Secondo questa definizione, comparare significa «rapprocher des objets de nature différente pour en dégager un rapport d’égalité et examiner les rapports de ressemblance et de dissemblance (entre des personnes et des choses)» (2007: ad vocem). Questa definizione ci ricorda che gli oggetti da comparare sono «de nature différente». Si tratta qui di un richiamo utile poiché, in una comparazione spontanea, il riconoscimento delle differenze e la loro presa in esame sono spesse volte ignorati a favore di una focalizzazione immediata (e sovente esclusiva) su ciò che sembra a prima vista simile. Si può immaginare un altro metodo che consiste nel riconoscere che, nonostante la somiglianza tematica e formale richiesta dal testo da tradurre e da quello tradotto, i due enunciati siano per definizione fondamentalmente differenti, di «diversa natura». Invece di focalizzare l’attenzione sulla loro impossibile sinonimia, ci si può allora chiedere in cosa e perché differiscono.

Nella prospettiva dell’entre-deux, propria del comparatista, si tratta, per riprendere la definizione lessicale citata, di «dégager un rapport d’égalité» tra i fenomeni comparati. In altri termini, è opportuno costruire un asse di comparazione in grado di mettere sullo stesso piano i testi e le opere da comparare, vale a dire in un rapporto non-gerarchico.4 È importante, dunque, elaborare dei criteri di comparazione che non privilegino né l’uno né l’altro dei fenomeni osservati, poiché se noi rinunciamo a dare la stessa importanza ai fenomeni da comparare per privilegiare da subito l’uno o l’altro, non siamo più in una logica comparativa, ma siamo in una logica di gerarchizzazione. Una concezione che instaura a priori una gerarchia tra un testo e la sua traduzione considerando la traduzione letteraria come una produzione di secondo rango, rende impossibile la loro comparazione.

Ma è possibile mettere sullo stesso piano un enunciato da tradurre e la sua traduzione? Nella prospettiva della loro produzione, essi sono posti in un rapporto di successione tale da indurre un ordine gerarchico (come avviene nella distinzione tra ipertesto e ipotesto proposto da Genette). Se vogliamo realmente comparare un testo con la sua traduzione, dobbiamo dunque cambiare ottica, ovvero abbandonare l’ottica gerarchizzante della produzione. Dobbiamo focalizzare la nostra attenzione su una dimensione pertinente tanto per il testo da tradurre che per il testo tradotto: l’enunciazione è una di queste dimensioni. L’enunciatore del testo tradotto, così come l’enunciatore del testo da tradurre, deve costruire degli effetti di senso servendosi di mezzi messi a disposizione dalla propria lingua di riferimento e dal proprio contesto d’enunciazione. L’enunciazione costituisce, dunque, un piano di analisi e di comparazione nel quale i due enunciati stabiliscono un rapporto non gerarchico. È possibile così comparare il modo di creare effetti di senso del testo da tradurre con il modo di creare effetti di senso propri del testo tradotto.

Ogni enunciato, ogni testo, ogni opera interviene, in effetti, in un contesto spazio-temporale preciso, ed è nell’interazione con tale contesto che vengono prodotti effetti di senso particolari. Ciò vale nondimeno per qualsiasi enunciato tradotto. Il testo tradottosi enuncia in un contesto linguistico culturalmente e storicamente diverso, producendo degli effetti di senso propri e necessariamente differenti. Il testo tradotto è dunque enunciato, nell’altra lingua in quanto altro. Come osserva giustamente Derrida: «un corps verbal ne se laisse pas traduire ou transporter dans une autre langue. Il est cela même que la traduction laisse tomber. Laisser tomber le corps, telle est même l’énergie essentielle de la traduction» (DERRIDA 1967: 312). Nell’ottica di questa formulazione metaforica è possibile affermare che se il traduttore lascia cadere il corpo verbale dell’enunciato dell’altro deve costituire un altro «corpo», ovvero un enunciato che abbia, a sua volta, la coerenza e la complessità di un corpo.

Se si vuole comparare un testo da tradurre con un testo tradotto in un rapporto non-gerarchico, è importante considerare che ognuno costruisce i propri effetti di senso legandosi significativamente al proprio contesto linguistico e socioculturale. Per procedere ad una tale comparazione, occorre domandarsi come e con quali mezzi l'enunciatore riesce a creare gli effetti di senso che conferiscono al suo enunciato la coerenza di un «corpo». L'enunciatore del testo da tradurre, così come quello del testo tradotto, crea degli effetti di senso non solamente attraverso la scelta del lessico, ma anche attraverso la sua maniera di combinare i vocaboli nelle frasi o in un testo, attraverso il suo modo di iscrivere il suo enunciato in una ritmicità, in un sistema di generi discorsivi o poetici, in particolari configurazioni intertestuali convalidate dalla sua lingua, dalla sua cultura, e da una molteplicità di altri procedimenti discorsivi assai complessi. Tutte le dimensioni enunciative e discorsive (composizionali, stilistiche, sintattiche, ritmiche, di genere, testuali ed intertestuali) sono significative in questo complesso processo di creazione di senso. Tutte possono diventare dei piani di analisi per una comparazione differenziale.

1. La (ri)configurazione di genere nella traduzione

Due di questi piani d’analisi mi sembrano particolarmente interessanti di particolare interesse per lo studio del tradurre. La prima attiene alla scelta di genere e, più precisamente, al modo di iscrivere un enunciato nella configurazione dei generi discorsivi e poetici già esistenti nella lingua e cultura di riferimento. Nell’ottica discorsiva ed enunciativa, i generi sono considerati alla stregua di pratiche culturali che differiscono da una lingua e da un’epoca all’altra. La traduzione di un testo in un’altra lingua, epoca e cultura comporta di conseguenza la necessità di re-inscriverlo nella configurazione dei generi in vigore nella lingua, epoca e cultura in questione; si tratta, in altri termini, di riconfigurare la sua généricité5. Il concetto di généricité permette di cogliere il problema dell’iscrizione generica come una dinamica inerente alla produzione e alla comprensione dei testi; al contrario, il termine più comune di genere la comprende come un elemento statico risultante da una tassinomia di categorie generiche alle quali un testo apparterrebbe in virtù di certe caratteristiche che gli sono proprie. Il concetto più dinamico di généricité permette di pensare che gli enunciati si inseriscono significativamente in configurazioni di genere per come sono praticati nelle rispettive lingue e culture. Nondimeno, esso permette di pensare che un enunciato possa iscriversi in più generi contemporaneamente. Di fronte alla complessità del fenomeno generico, sembra infatti più giudizioso portare alla luce le dinamiche generiche multiple che informano un testo piuttosto che deliberare sulla sua appartenenza ad una categoria prefissata di genere.

Il concetto di généricité ci consente anche di osservare come il processo d’inscrizione generica non avvenga solo sul piano della produzione (che si può designare come genéricité autoriale), ma anche sul piano della lettura e della ricezione di un testo o un libro (che corrisponde, nell’ottica proposta,alla généricité lettoriale), così come anche su quello, tanto importante quanto trascurato, dell’edizione, e che può essere designato come genericità editoriale. Vorrei proporre in questa sede di prendere in esame un quarto tipo di inscrizione di genere, designata col termine généricité traduttoriale. Il transfert di un testo in una lingua altra attraverso la traduzione implica nondimeno il transfert in un’altra «configurazione di generi». Tale transfert corrisponde a ciò che propongo di chiamare una (ri)configurazione generica. Il grafismo (ri)configurazione con il prefisso tra parentesi sottolinea il fatto che ogni configurazione di genere è sempre una ri-configurazione di generi preesistenti. Il concetto di (ri)configurazione permette di comprendere più generalmente l’iscrizione di enunciati in sistemi di generi esistenti come tentativo di rimodellare le convenzioni generiche in vigore, di creare nuove convenzioni generiche, più adatte ai contesti socioculturali e discorsivi, che cambiano da un’epoca all’altra e da una sfera linguistica e culturale all’altra. Per ciò che riguarda il concetto di généricité, che designa, più in generale, la dinamica e le fluttuazioni da cui deriva ogni iscrizione (autoriale, editoriale, lettoriale, traduttoriale) di un enunciato in un sistema di generi, il concetto di (ri)configurazione permette di distinguere, in queste fluttuazioni generali, delle fasi e dei contorni più precisi.

Una tale (ri)configurazione generica si attua, a mio parere, attraverso vari procedimenti. Una delle procedure consiste nella trasformazione di ciò che Dominique Maingueneau chiama una scena di enunciazione6. Un’opera riconfigura una tale scena enunciativa, che si è imposta come caratteristica di un genere, attraverso l’invenzione di un nuovo dispositivo scenografico. Faccio un esempio che ho analizzato altrove7: l’analisi comparativa dei dispositivi enunciativi mostra che Perrault riconfigura le forme generiche del racconto già esistenti nelle letterature in lingua latina e italiana, molto presenti nella Francia del XVII secolo, al fine di creare una nuova variazione di genere adattata alle preoccupazioni estetiche e socioculturali della società francese della fine del XVII secolo. La crea a partire dalla fabella di Psiche inserita nelle Metamorfosi di Apuleio, prototipo della conte ancien che Le Piacevoli notti di Straparola e Lo cunto de li cunti di Basile avevano già riconfigurato in modo inventivo passando per il Decameron di Boccaccio. Inventando un nuovo dispositivo scenografico, simile e al tempo stesso significativamente diverso da quello inventato da Apuleio e riconfigurato dagli autori italiani, Perrault riesce a soppiantare tanto il modello antico quanto quello italiano. Crea così una nuova variazione generica, alla quale attribuisce funzioni significativamente diverse.

L’analisi comparativa e differenziale della scena di enunciazione delle Histoires ou contes du temps passé di Perrault (come egli l’ha costituita nella prima edizione) con quelle che costituiscono i loro traduttori in prefazioni, postfazioni e commenti e nel loro modo particolare di tradurre, permette di comprendere che le traduzioni riconfigurano a loro volta la scena di parola creata da Perrault. La riconfigurano per riflettere le condizioni dell’attività enunciativa che è propria del traduttore. Su questa scena di parola, i traduttori instaurano la voce e l’ethos che essi adottano nei confronti dell’opera da tradurre e rispetto agli imperativi che, come noto, sono sottesi alle pratiche della traduzione nelle loro rispettive epoche e culture.

2. (Ri)configurazione o «risposta» intertestuale e interdiscorsiva

I risultati dell’analisi comparativa et differenziale delle inscrizioni generiche autoriali, editoriali et traduttoriali dei racconti di Perrault, che illustrano il sottile processo di (ri)configurazione generica operato sia dallo scrittore che dai suoi traduttori, mi hanno indotta a ridefinire, in maniera analoga, una seconda dimensione discorsiva che considero particolarmente importante per l’attività del tradurre, ovvero l’intertestualità e, più globalmente, l’interdiscorsività. Se partiamo dall’idea che l’intertestualità corrisponda ad un’iscrizione dell’enunciato in una configurazione di intertesti «in vigore», convalidati dalle comunità discorsive cui appartengono rispettivamente l’autore e il traduttore, possiamo affermare che il processo dialogico descritto da Todorov riferendosi a Bakhtin caratterizza tanto l’enunciato da tradurre quanto quello tradotto:

Le caractère le plus important de l’énoncé, ou en tous les cas le plus ignoré, est son dialogisme, c’est-à-dire sa dimension intertextuelle. Il n’existe plus, depuis Adam, d’objets innommés, ni de mots qui n’auraient pas déjà servi. Intentionnellement ou non chaque discours entre en dialogue avec les discours antérieurs tenus sur le même objet, ainsi qu’avec les discours à venir, dont il pressent et prévient les réactions. La voix individuelle ne peut se faire entendre qu’en s’intégrant au chœur complexe des autres voix déjà présentes. Cela est vrai non seulement de la littérature, mais aussi bien de tout discours, et Bakhtine se trouve ainsi amené à esquisser une nouvelle interprétation de la culture: la culture est composée de discours que retient la mémoire collective (les lieux communs et les stéréotypes comme les paroles exceptionnelles), discours par rapport auxquels chaque sujet est obligé de se situer. (TODOROV 1981: 8)

Scrivendo le sue Histoires ou contes du temps passé, Perrault ricorre ad intertesti latini (tra cui le opere di Virgilio ed Apuleio), italiani (tra cui Straparola e Basile) e francesi (tra cui i contes galants e contes frivoles del suo contemporaneo Jean de La Fontaine)8, che fanno parte della configurazione di testi e generi praticati nella comunità discorsiva della società di corte della fine del XVII secolo a cui egli appartiene. I traduttori dei racconti di Perrault devono a loro volta iscrivere i loro enunciati nella configurazione degli intertesti e dell’interdiscorso in circolazione ed «in vigore» nella propria comunità discorsiva. Le loro culture sono ugualmente fatte di discorsi, di luoghi comuni e di parole eccezionali, ai quali il traduttore rinvia, intenzionalmente o no. Poiché anche lui deve integrarsi, alla stregua dell’autore, nel «complesso coro delle voci già presenti». La comparazione precisa dei dialoghi intertestuali ed interdiscorsivi «autoriali» instaurati da Perrault con i dialoghi intertestuali «traduttoriali» instaurati dai suoi traduttori consente, di fatto, di scoprire delle differenze significative e rivelatrici delle lingue, epoche e culture coinvolte. Analizzando la prima traduzione inglese dei racconti di Perrault e delle loro Moralités, datata 1729, scopriamo dei rinvii intertestuali a Shakespeare e, nelle traduzioni italiane, dei rinvii alla Divina commedia di Dante e ad altre opere canoniche. Nei Racconti delle fate, voltati in italiano da C. Collodi, scopriamo invece dei modi di dire tipici dell’interdiscorso toscano, nuova lingua «standard» dell’Italia unita, dove, nel 1875, Carlo Collodi ha il mandato di tradurre i celebri racconti francesi per i piccoli scolari italiani. Possiamo così parlare, in analogia con la (ri)configurazione generica operata dal traduttore, di una (ri)configurazione intertestuale e interdiscorsiva.

La (ri)configurazione generica e la (ri)configurazione intertestuale non sono che due piani di analisi e comparazione possibili di un approccio comparativo e differenziale del tradurre. Tutte le dimensioni enunciative, testuali e, più ampiamente, discorsive del testo da tradurre e del testo tradotto si prestano ad una comparazione differenziale di questo tipo. È tuttavia necessario definire ed esplicitare a priori questi piani di analisi, rispettando i principi epistemologici e metodologici della comparazione esposti poco sopra. L’obiettivo di tale approccio è di far emergere il complesso processo di differenziazione sotteso a tutte le lingue, letterature e culture, ma anche di rivelare il dialogo incessante che esse stabiliscono fra loro.

I risultati ottenuti attraverso tali analisi comparative e differenziali mostrano che la preoccupazione di esplorare ciò che è «differenziale» permette di comprendere che le opere e le loro traduzioni evolvono le une in risposta alle altre, in un continuo processo di rilancio, di adattamento, di variazione, di proposta di senso e di contro-proposta. La comparazione differenziale mostra che questo processo dialogico e differenziale crea effetti di senso continuamente rinnovati, venendo così a costituire un potenziale semantico inesauribile per la creazione culturale. La comparazione differenziale testo a testo delle opere e delle loro traduzioni si propone di far luce su questo sottile lavoro di differenziazione che il traduttore compie in risposta alle proposte di senso «delle voci che già esistono». Essa mostra che il dialogismo intertestuale ed interdiscorsivo sotteso all’attività del tradurre è «raddoppiato» da un dialogo costitutivo con i generi discorsivi e poetici già esistenti nelle rispettive lingue e culture, dialogo dal quale nascono, di volta in volta, nuove forme e pratiche generiche in grado di dire ciò che è diverso e ciò che è cambiato. Lo studio comparativo e differenziale del tradurre può, così, insegnarci qualcosa di fondamentale e di vitale per il nostro futuro. Édouard Glissant lo riassume in questa formula: «La différence, ce n’est pas ce qui nous sépare. C’est la particule élémentaire de toute relation. C’est par la différence que fonctionne ce que j’appelle la Relation avec un grand R» (GLISSANT 2010: 91).

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1
Una versione francese leggermente diversa dell’articolo si trova in The Frontiers of the Other. Ethics and Politics of Translation, edited by Gaetano Chiurazzi, Lit Verlag Berlin, 2013, p. 61-73. La traduzione in italiano è di Valentina Tarquini.

2
Traduzione dell’autrice.

3
Ho elaborato questo metodo dal 2003 nei lavori i cui riferimenti si trovano nella bibliografia allegata. Si veda anche il libro scritto con Silvana Borutti su traduzione e riscrittura: La Babele in cui viviamo. Traduzione e dialogo tra le letterature e le culture, Torino, Bollati Boringhieri, 2012. François Ost commenta opportunamente ed in maniera interessante le nostre proposte epistemologiche e metodologiche in Traduire. Défense et illustration du multilinguisme, Parigi, Fayard, 2009, p. 249-257.

4
Sostituisco qui intenzionalmente il termine «rapporto di uguaglianza» della definizione lessicale con rapporto non gerarchico poiché le connotazioni del termine uguaglianza escono dall’ambito epistemologico che intendo qui indicare.

5
Per una definizione più dettagliata del concetto di “généricité” e del suo rapporto con le teorie esistenti sui generi discorsivi e poetici, si veda ADAM, J.M. & HEIDMANN U., Le texte littéraire. Pour une approche interdisciplinaire, Louvain-La-Neuve, 2009, p.11-23.

6
Si veda Maingueneau 2004: 42.

7
Si veda Textualité et intertextualité des contes, p. 33-152.

8
Ibidem, op.cit..

Per citare questo articolo:

Ute HEIDMANN, Proposte per un approccio «comparativo e differenziale» del tradurre, Repères DoRiF Les voix/voies de la traduction - volet n.1 - coordonné par Laura Santone - octobre 2015, DoRiF Università, Roma octobre 2015, http://www.dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=270

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