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Annalisa BUFFARDI

Connessioni. Dagli atomi ai bit, e ritorno

 

Annalisa Buffardi
Membro del Comitato Tecnico Scientifico per le competenze digitali dell’Agid
a.buffardi@indire.it

 

La famosa copertina del Time nel 2006 celebrava come persona dell’anno non una, ma «tutte le persone che hanno partecipato all’esplosione della democrazia digitale, usando Internet per diffondere parole, immagini e video». In primo piano c’è l’esplosione del World Wide Web, «uno strumento per mettere insieme i piccoli contributi di milioni di persone e trasformarli in un fenomeno dalle notevoli conseguenze». Le generazioni che hanno vissuto il passaggio dalla scrittura analogica a quella digitale hanno preso parte ad una trasformazione cognitiva che coinvolge i modi di essere e le forme delle relazioni, con gli altri e con il mondo. “Connessione” è una delle parole chiave che cattura e che esprime parte dei significati della transizione in corso. Mettere insieme (persone e cose) per una trasformazione di più ampia portata, come sintetizzava il settimanale britannico. Il presente contributo si sofferma su tale concetto, ed insieme richiama la rilevanza, negli scenari in corso, delle pratiche di circolazione e condivisione di idee, pensieri e conoscenze.

La prospettiva che si sceglie come punto di partenza è quella che vede, come orizzonte delle pratiche di circolazione e condivisione, la costruzione di un bene comune, forme di governo “smart” e trasparenti, a partire dalla libera circolazione di dati e informazioni (open data), scenari economici basati su produzioni “intelligenti” e sostenibili, che nascono dalle opportunità offerte dalla ricerca e dalle tecnologie per promuovere crescita e benessere individuale, in una visione eco-sostenibile, a livello individuale e collettivo, locale e planetario. Orizzonti di utopia costruiti sulle prime promesse del digitale, che all’alba della sua diffusione erano definite sulle caratteristiche di apertura e sulle potenzialità in termini di libertà, democrazia, inclusione e crescita sociale. In tale scenario, la nebbia che offusca quell’orizzonte si consolida, nel terzo millennio come negli anni Novanta del secolo scorso, intorno ad alcuni elementi, che qui richiameremo solo in parte e brevemente. L’overload informativo, che diviene infodemia, è uno di questi. Un ulteriore tema la cui portata è amplificata nell’accelerazione digitale in corso è sintetizzabile nel potere degli algoritmi, che rischia di sovrastare le visioni di libertà individuale.

Dalla cultura alfabetica, che invita l’utente ad interiorizzare la conoscenza, caratterizzata da un rapporto privato e individuale con i contenuti, nell’era dei big data si apre lo spazio per una cultura della trasparenza e dell’identità pubblica. Riversiamo nella rete il nostro pensiero, che diviene esso stesso pubblico e si forma tra noi e gli altri (DE KERCKHOVE in BUFFARDI 2021). Tali elementi pongono al centro del discorso l’individuo in connessione con gli altri e con il mondo fisico, in una ridefinizione delle identità individuali entro nuovi confini che confondono privato e pubblico, locale e globale, forma materiale e digitale.

 

Pensiero connettivo, il pensiero che nasce dalle persone

 Può risultare utile ricordare brevemente alcuni elementi che negli anni Novanta sono stati particolarmente all’attenzione, in un periodo che ha visto alternarsi ed affiancarsi attente analisi delle nuove modalità comunicative, riflessioni, paure e speranze, nella scoperta di una forma della cultura e della società che appariva emergere dopo la linearità del secolo industriale e il rimescolamento della cosiddetta post modernità. La multimedialità e l’ipertestualità sono due tra gli elementi che rappresentano forme e modalità della conoscenza veicolate dalle tecnologie digitali, che richiamano i processi della mente umana e la circolarità del pensiero, nella forma a rete della società. Il vero ipertesto – scriveva Manuel Castells nel 2001– non esiste fuori di noi, ma dentro di noi, si realizza utilizzando la capacità materiale delle nostre menti di accedere a tutti i campi delle espressioni culturali, selezionandole e ricombinandole dentro nuove forme e significati. È prodotto da noi, utilizzando Internet, per assorbire l’espressione culturale nel mondo multimediale. Il processo di costruzione e decostruzione dei significati è, in quegli anni, al centro delle riflessioni anche di uno dei più acuti analisti della scrittura elettronica: per Michael Heim (1987) formulare i propri pensieri «nel quadro psichico dell’elaborazione di testi al computer ha delle caratteristiche distintive, che si combinano con l’automazione della gestione dell’informazione e producono un’inedita connettività dei testi». La connettività a cui fa riferimento Heim, come egli stesso chiarisce, non è più quella dei libri che condividono uno spazio fisico comune in una biblioteca, «la connettività dell’elemento elettronico è interattiva, ovvero i testi possono essere portati all’istante entro lo stesso ambiente psichico».

Interattività, connessione e ipertestualità come caratteristiche dei mezzi informatici e digitali rappresentano le forme del pensiero nelle definizioni – valide ancora nel terzo millennio – di Pierre Levy (1994) e di Derrick de Kerckhove (1997): genera una “intelligenza collettiva”, per il filosofo francese; connettiva, per lo studioso canadese che ha coltivato l’eredità intellettuale di Marshall McLuhan. Per de Kerckhove, forme e modi del pensiero connettivo – il pensiero che nasce tra le persone – richiamano inoltre lo spazio dell’intersoggettività, che nell’ambiente della rete «è più evidentemente sospeso in una dimensione allo stesso tempo globale e geo-localizzata» (BUFFARDI, DE KERCKHOVE 2011: 34) Nella condizione digitale viviamo in un dialogo incessante con il mondo, siamo costantemente sospesi tra noi stessi e l’altro, in un flusso di informazioni ed emozioni che circolano tra le menti biologiche e quelle delle reti. Nel rapporto con le tecnologie questo è un tema centrale che investe il nostro approccio cognitivo, il nostro modo di organizzare il pensiero e di definire la realtà, sempre più costruita attraverso tag e ipertesti colmi di riferimenti, il cui centro è però sempre costituito da altri utenti, da persone. Il concetto di «punto di essere» (ibidem) esprime la condizione connettiva nella quale siamo immersi. Nella rete siamo tra la periferia e il centro, siamo in beetwen. Il punto di essere cambia l’allargamento del sé e si nutre di continui feedback, però l’origine continua ad essere fisica, nel nostro corpo. Parafrasando Heim, testi, contenuti, relazioni e persone sono portati all’istante entro lo stesso ambiente psichico.

In questa narrazione, le caratteristiche di apertura e di connessione degli ambienti digitali nutrono la diffusione di una etica hacker, caratterizzata dalla spinta a interagire, a collaborare, a costruire insieme conoscenze, come sosteneva Pekka Himanen (2007). L’etica hacker è anche per de Kerckhove (2011) una delle sorgenti di una partecipazione pubblica attiva e propositiva, una delle sorgenti che ci consente di costruire “il mondo che vogliamo”.

 

Pensieri e oggetti nel mondo connesso

 Nella fase attuale, l’interconnessione evidente è inoltre quella tra mondo fisico e mondo digitale, tra le persone e gli oggetti del mondo connesso. Una frontiera espressa nella diffusione dell’Internet of Things che, con la sua rapida evoluzione, annuncia nuove e imponenti trasformazioni cognitive, culturali e sociali e che rappresenta un più evidente livello del networking nel quale siamo immersi. La connessione tra macchine, oggetti e persone caratterizza l’evoluzione digitale, nella quale – Neil Gershenfeld lo annunciava nel 1999 – il mondo digitale si unisce al mondo fisico.

In questo contesto, il digital making introduce nuovi spunti di riflessione. Nella prima fase di digitalizzazione, la questione – e il problema – era riversare le forme della cultura, contenuti e conoscenze, nella forma digitale. Il passaggio dall’atomo al bit. Ora si tratta di tradurre idee in prodotti materiali. Dai bit che prendono forma sui nostri schermi – e che nascono a partire dalle idee, dalla mente, dai pensieri (connettivi) – agli atomi che si compongono in forma materiale, ad esempio attraverso stampe 3D. La progressiva diffusione delle tecnologie per la produzione amplia le possibilità di partecipazione alla possibilità effettiva di dare forma alle idee e di modellare le cose (GERSHENFELD 1999: 68), di creare con gli altri. Una questione che, inoltre, «implica il rovesciamento di tutti i presupposti culturali su come le cose vengono prodotte, e da chi» (GREENFIELD 2017: 90). A questo punto, non siamo più, come scriveva Donald A. Norman nel 1997 «esseri analogici intrappolati in un mondo digitale», perché quel mondo digitale si confonde con quello fisico. Interagiamo con oggetti fisici smaterializzati in bit, con idee tradotte in bit e trasformati in atomi e in prodotti materiali.

 

Libera conoscenza nei confini delle scelte degli algoritmi?

Nella fusione crescente tra mondo fisico e mondo digitale, le tracce che lasciamo nel primo si riversano sempre di più nel secondo, e danno vita alla nostra esperienza online, che è poi esperienza del mondo. Su questo fronte, il tema incrocia quello della privacy e del controllo. Il corpo è centrale in questo, attraverso le estensioni tecnologiche della wereable design o degli smartwatch, solo per fare due esempi, che raccolgono e raccontano il nostro stato di salute, le nostre emozioni, i nostri movimenti, le nostre relazioni e contatti con gli altri.

Emerge inoltre in maniera chiara la questione della sorveglianza, messa in atto attraverso sistemi sempre più sofisticati basati sulla raccolta di dati biometrici. Le tracce che lasciamo, nel mondo fisico e in quello digitale costruiscono un sistema di memoria esteso, ricco di connessioni che, mentre ci aiutano a recuperare informazioni più facilmente, definiscono il nostro profilo e spesso indirizzano il nostro agire. Un sistema di memoria esteso che evidenzia il potere degli algoritmi nelle nostre pratiche di conoscenza e che configura, a livello individuale, il rischio di eterodirezione. Assistenti virtuali e app che “ci indicano la strada” e ci guidano nelle scelte. Come afferma de Kerckhove (in BUFFARDI 2021) «esternalizziamo il nostro giudizio all’intelligenza artificiale e rischiamo così di perdere autonomia, di perdere la nostra stessa capacità di giudizio, oltre alle nostre libertà».

 

Infodemia

È particolarmente chiaro oggi, nell’attuale fase della transizione digitale, che si tratta di una trasformazione densa di opportunità e di rischi, sui diversi fronti. Sul versante della conoscenza, la nuova circolazione di dati e informazioni si traduce nella possibilità di costruzione condivisa dei saperi e di un ampliamento nella partecipazione pubblica. Da coltivare attraverso innanzitutto la capacità della mente di selezionare e ricombinare i diversi campi delle espressioni culturali, come scriveva Castells, navigando in quell’overload informativo che nel terzo millennio è diventato infodemia. Il caos informativo dilagante nella crisi pandemica Covid-19 rappresenta tale stato, nella proliferazione di notizie spesso discordanti. Una condizione che genera confusioni, paure, incertezze. Che può condurre verso perdita di fiducia e divisioni. E non è un caso che uno studioso come de Kerckhove, che nei primi anni di diffusione dei media digitali è stato spesso identificato tra i più entusiasti fautori delle opportunità delle nuove tecnologie, oggi chiarisca che in questa condizione siamo all’opposto della condizione di intelligenza connettiva, caratteristica della Rete.

 

Riferimenti bibliografici

BUFFARDI, Annalisa, «Intervista con Derrick de Kerckhove. Individui, tecnologie, società. La questione digitale nell’era pandemica», IUL Research, vol. 2, n. 3, 2021.

BUFFARDI, Annalisa, DE KERCKHOVE, Derrick, Il sapere digitale. Pensiero ipertestuale e conoscenza connettiva. Napoli, Liguori, 2011.

CASTELLS, Manuel, The Rise of the Network Society, Oxford, Blackwell Publisher, 2000.

CASTELLS, Manuel, The Internet Galaxy: Reflections on the Internet, Business and Society, Oxford, Oxford University Press, 2001.

DE KERCKHOVE, Derrick, Connected Intelligence. The Arrival of The Web Society, Toronto, Sommerville, 1997.

GERSHENFELD, Neil, When Things start to Think, New York, Henry Holt, 1999.

GREENFIELD, Adam, Radical Technologies, The Design of Everyday Life, Brooklyn, Verso Books, 2017.

HEIM, Michael, Electric Language, London, Yale University Press, 1987.

HIMANEN, Pekka, L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, Milano, Feltrinelli, 2007.

LEVY, Pierre, L’intelligence collective. Pour une anthropologie du cyberspace, Paris, La Découverte, 1994.

 


Per citare questo articolo:

Annalisa BUFFARDI, « Connessioni. Dagli atomi ai bit, e ritorno », Repères DoRiF, n. 25 – Les processus de communication : oralité, écriture, digital, DoRiF Università, Roma, ottobre 2021, https://www.dorif.it/reperes/annalisa-buffardi-connessioni-dagli-atomi-ai-bit-e-ritorno/

 

ISSN 2281-3020

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