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Paolo D’ACHILLE

Oralità/Scrittura/Digitale: qualche riflessione sull’italiano

 

Paolo D’Achille
Università degli studi Roma Tre
paolo.dachille@uniroma3.it

 

L’intera storia della cultura occidentale è stata attraversata dalla contrapposizione tra parlato e scritto, oralità e scrittura, codice fonico e codice grafico; i tre binomi, in realtà, non sono perfettamente sovrapponibili, il che consente peraltro di inserirvi molte forme intermedie (dai testi teatrali, nati nella scrittura ma concepiti in vista di un’esecuzione orale, ai verbali dei processi, che invece mettono per iscritto testimonianze nate nell’oralità).

Questa contrapposizione (che in area italiana è stata definita come variazione “diamesica”, legata cioè al mezzo di trasmissione del messaggio), che peraltro si va a intersecare spesso con quella “diafasica” (relativa al grado di formalità legato alla situazione comunicativa), è stata messa in crisi dall’avvento del trasmesso (termine, anche questo, caratteristico degli studi italiani). Ciò vale non tanto per i mass media “tradizionali” (telefono, cinema sonoro, radio, televisione), quanto soprattutto per la “comunicazione mediata dal computer”; questa, infatti, se – almeno apparentemente – ha rilanciato soprattutto la lingua scritta, di fatto l’ha privata di alcune caratteristiche essenziali, a partire dalla solidità e stabilità del supporto materiale fino alle stesse modalità di concezione e di ricezione del messaggio.

Così, lo stesso concetto di testo richiede oggi di essere ridefinito, come pure i fondamenti della linguistica testuale (dalla coerenza alla coesione, alla stessa tipologia di testi), elaborati soprattutto per l’analisi dello scritto (non a caso, in quest’ambito di studi, molti preferivano parlare, nel caso del parlato, di discorso e non di testo) e non sempre applicabili facilmente alla mole dei messaggi contenuti nella Rete.

In questo breve intervento non tornerò su aspetti generali, sui quali si dispone di una bibliografia ormai amplissima, ma mi soffermerò sull’impatto che la comunicazione mediata dal computer ha avuto sulla lingua italiana.

Rispetto all’inglese e al francese, l’italiano ha una storia diversa: anch’esso è frutto di un processo di standardizzazione di una parlata locale, ma con almeno due caratteristiche peculiari: 1) la parlata locale era il fiorentino del Trecento, nell’elaborazione che ne avevano fatto, sul piano letterario (e quindi con ampi innesti, lessicali e sintattici, dal latino), Dante, Petrarca e Boccaccio, rilanciato come modello linguistico in pieno Cinquecento (quando la lingua viva di Firenze era nel frattempo cambiata); 2) la diffusione di tale modello si ebbe prevalentemente (anche se non esclusivamente, come hanno dimostrato molti lavori recenti) attraverso lo scritto, tanto che l’italiano si caratterizza appunto, per secoli, come lingua tipicamente scritta, che nell’orale lasciava ampio spazio ai dialetti locali; anche molti letterati padroneggiavano l’italiano più scrivendo che non parlando. Se a ciò aggiungiamo l’elevato numero di analfabeti esistente ancora all’indomani dell’Unità nazionale (via via progressivamente ridotto, ma ancora non proprio del tutto, senza scongiurare il rischio di quello che oggi si chiama “analfabetismo funzionale”) e, conseguentemente, il ruolo centrale volto dalla scuola nella diffusione della lingua nazionale, comprendiamo bene come un uso non troppo formale o decisamente informale dell’italiano abbia a lungo stentato ad affermarsi, tanto nello scritto quanto nel parlato.

Così, di fronte alle esigenze di immediatezza comunicativa poste dalla comunicazione mediata dal computer e dai nuovi media, molti italiani, anche colti, si sono trovati “spiazzati”, perché abituati alla testualità tradizionale (che prevedeva il ricorso a frasi lunghe e complesse, con prevalenza dell’ipotassi, e anche di incidentali comprese tra parentesi o lineette) e quindi a pratiche di scrittura certamente non funzionali alle stesse modalità di lettura proprie dei nuovi mezzi, che richiedono invece frasi brevi, anche ellittiche, nonché il ricorso ad abbreviazioni, di vario tipo, e a sigle (le une e le altre diffuse in inglese, e anche in francese, molto più che in italiano, almeno nella lingua tradizionale). Inoltre, i testi in rete, che non a caso sono stati anche definiti scriparlati, presentano concretamente, se pure variamente dosati da testo a testo, tratti che potremmo definire “errori di esecuzione” (e non “di competenza”), dovuti in parte alle modalità di scrittura, “digitata” su una tastiera, in pare alla mancata rilettura e correzione: la correggibilità è uno dei tratti costitutivi della scrittura che si sta così perdendo, al parti della cura formale, che in passato era propria anche degli scritti epistolari (con la minuta prima della bella copia).

Inoltre, molti italiani (non solo giovani o giovanissimi) sono entrati in questo circuito comunicativo solo da quando lo smartphone consente a chiunque di far parte di un social e di inviare messaggi: ecco dunque che numerosi fenomeni devianti dalla norma che in passato erano considerati caratteristici del cosiddetto italiano popolare o dei semicolti si trovano ora anche nella Rete.

Ci si può dunque legittimamente chiedere se le nuove modalità di produzione e di diffusione di testi non stiano incidendo sulle strutture della nostra lingua. In effetti, l’italiano in rete viene oggi sempre più spesso considerato come una nuova varietà del repertorio, che è stata denominata in modo diverso: ricordo solo l’icastica definizione di e-taliano, lanciata da Giuseppe Antonelli. Oltre a quanto si è già detto, vanno segnalati come tratti tipici dell’italiano della Rete: la riduzione (sia quantitativa sia qualitativa) di segni interpuntòri (o comunque un loro uso diverso da quello tradizionale: oltre al declino del punto e virgola ricorderei la duplicazione del punto al posto dei due punti negli sms); la mescolanza tra codice verbale e codice iconico (per il ricorso a emoticon e soprattutto a emoji); l’apertura al plurilinguismo (con la presenza, ovvia, dell’inglese, ma anche dei dialetti locali, spesso trascritti secondo nuove modalità). Sul piano testuale, ci troviamo spesso di fronte a testi “frammentari”, incompleti, che si vengono componendo grazie all’interazione, come avviene del resto nella conversazione spontanea, in cui emittente e destinatario si scambiano continuamente i ruoli. I confini tra parlato e scritto diventano dunque meno netti, così come quelli tra formalità e informalità.

Niente di male: la lingua italiana nei nuovi mezzi può acquistare anche nuove potenzialità, guadagnando in sintesi e in efficacia. Ma per far questo bisogna saperlo usare bene. Dobbiamo poi ricordarci che la rete ci consente anche di disporre di testi concepiti nell’orizzonte “gutenberghiano” della scrittura, sia del presente sia del passato, nonché della registrazione di lingua parlata (o anche recitata o cantata). La scrittura tradizionale (così come, per altri aspetti, la conversazione faccia a faccia) ha ancora un ruolo fondamentale nella nostra civiltà. La dovuta attenzione per le nuove tecnologie da parte della scuola non deve farle rinunciare al suo ruolo fondamentale di apprendimento/insegnamento della lingua scritta: dalla scrittura a mano alla lettura, nel primo ciclo scolastico, fino alla capacità di produrre, comprendere e interpretare testi complessi, di vari tipi e generi. Ai generi tradizionali, alcuni dei quali sono migrati o stanno migrando nel digitale, se ne stanno aggiungendo di nuovi? Benissimo, ci si occuperà anche (ma non solo) di questi.

 


Per citare questo articolo:

Paolo D’ACHILLE, «Oralità/Scrittura/Digitale: qualche riflessione sull’italiano», Repères DoRiF, n. 25 – Les processus de communication : oralité, écriture, digital, DoRiF Università, Roma, ottobre 2021, https://www.dorif.it/reperes/paolo-dachille-oralita-scrittura-digitale-qualche-riflessione-sullitaliano/

 

ISSN 2281-3020

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