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Silvana BORUTTI

La rete e la trasformazione dei processi comunicativi

 

Silvana Borutti
Università di Pavia
borutti@unipv.it

 

1. Il web e la DAD

La rete ha portato cambiamenti radicali, e non ancora del tutto analizzati. È bene interrogarsi sulle trasformazioni della nostra forma di vita, come faceva Platone per quanto riguarda la scrittura. Nel Fedro, come ci ha ricordato Callari Galli, Platone parlava del primato dell’orale sullo scritto, e diceva cose applicabili per analogia anche a noi. In particolare, richiamava il valore comunicativo dell’intercorporeità, di cui hanno parlato tutti e tre gli interventi. Un testo scritto, diceva Platone, se interrogato non risponde, non apre un dialogo di anime. Gli allievi che avranno notizia di molte cose senza insegnamento, cioè senza compresenza di corpi e di anime in una corrente di dialogo, scrive Platone, si crederanno dottissimi, ma saranno imbottiti di opinioni, anziché sapienti.

Proviamo ad applicare queste riflessioni alla DAD. Potremmo dire che, come la scrittura per Platone, la rete è per noi pharmakon, cioè insieme rimedio e veleno, positiva e negativa. L’impegno delle strutture e dei docenti nella situazione della pandemia è stato ed è fondamentale, perché dà agli studenti l’idea che una comunità di insegnamento c’è, che non sono lasciati soli. Docenti e studenti hanno avuto l’occasione per ripensare alla loro relazione e per riflettere sull’importanza delle forme in cui il sapere viene trasmesso e recepito.

Come docenti, tutti abbiamo constatato che l’insegnamento a distanza richiede più impegno e accuratezza, perché chi parla non fa altro che lasciare una traccia orale senza alcuna eco, alcuna restituzione, alcun rimbalzo in un contesto collettivo. Chi parla a distanza non può che essere incerto sull’efficacia dell’insegnamento, non avendo segni prossemici (sguardi, espressioni del volto) che funzionino da riscontri e rassicurazioni, o che facciano capire che bisogna aggiustare il tiro. Senza la corrente viva dell’insegnamento in presenza (il platonico dialogo di anime), senza lo scambio di sguardi che consentono a chi insegna di registrare il proprio ritmo con quello degli allievi, è difficile per i docenti imparare a insegnare approfittando degli indizi legati al fatto che in aula ci sono corpi in presenza, ed è difficile per gli studenti imparare a imparare, cioè a prendere il tempo della riflessione, ad aver pazienza, a prendere anche il tempo della rêverie, quella funzione mentale divagante e fluttuante che rende recettivi e serve a metabolizzare i dati sensoriali grezzi. Il sapere non è un pacchetto di nozioni ben confezionato da consegnare, ma qualcosa che si diffonde in quella comunità intellettuale e fisica che è l’aula anche attraverso “suggerimenti, suggestioni, indicazioni, comportamenti, esempi” – come scrive Asor Rosa (Repubblica, 8 maggio 2020) – e aggiungerei anche attraverso correnti emotive.

Più in generale, la rete è utilissima nel mettere a disposizione una massa di informazioni. L’insieme infinito di informazioni attingibili in Internet, gli articoli scientifici scaricabili, le mappe, ecc.: sono tutte cose di cui oggi non riusciremmo più a fare a meno. Ma è giusto ragionare sul significato cognitivo di questa massa di informazioni: una massa di informazioni non è sapere. Pensare e ragionare non è semplicemente raccogliere informazioni, è saper vedere le somiglianze e le differenze, saper fare gerarchie concettuali, saper connettere. E questo la rete da sola non lo fa, lo fa la capacità umana di fare inferenze, porsi delle domande, vedere nessi inediti: ragionare creativamente, appunto. È la nostra mente che organizza e isola i punti rilevanti, sceglie, discerne in una massa di informazioni; a volte lo fa addirittura in sogno: Kekule racconta il sogno della danza degli atomi in forma di serpenti che si attorcigliano afferrando la propria coda, immagine a partire da cui egli comincia a sviluppare l’ipotesi sulla struttura chimica del benzolo. Si leggono in rete interventi di docenti che parlano della rete telematica come di un possibile nuovo ambiente creativo ed educativo. Ho letto anche di uno studio che dimostra che studenti che hanno a disposizione strumenti tecnologici a scuola o a casa hanno maggiori successi scolastici: ma che tipo di successi scolastici, mi chiedo? Nella forma di ricerche che incollano informazioni raccolte con i motori di ricerca? Nella compilazione di schede a domande multiple?

Come dicevo prima, non si impara a imparare se non c’è un docente che insegna il metodo, che insegna a selezionare, soprattutto che insegna a riflettere e a prendere il tempo della riflessione. Quando insegno, cerco gli occhi dei miei studenti, cioè il loro sguardo. Se li vedo scrivere a testa bassa sul computer, ho la tentazione di pensare: allora tanto vale dare loro delle teleconferenze. Certamente gli appunti saranno più efficienti: c’è un’utilità che è il risparmio di tempo, ma ho difficoltà a riconoscervi un progresso cognitivo. Certo la rete facilita la ricerca, ma la rende nello stesso tempo più passiva, meno attiva e intraprendente. Ho letto che attraverso l’interattività è possibile allenare alla flessibilità e alla disponibilità sensoriale, a coniugare la sfera percettiva e cognitiva. Io sono scettica, perché la percezione rilevante in situazioni intermediali è, credo, quasi solo percezione di immagini. Come osservano Callari Galli e Cosenza, le nuove estensioni corporee (schermi, telefoni), cambiano le competenze della mano (perdiamo la manualità, perdiamo progressivamente quella proiezione identitaria che è la nostra scrittura che riorganizza lo spazio di un foglio bianco con i “nostri” segni); cambiano lo spazio e il tempo della lettura, e dunque aspetti del nostro-spazio-tempo vitale, privandoci delle pause, del vuoto, della noia, col suo fondo di creatività.

 

2. I social network

Se Internet ha portato trasformazioni soprattutto cognitive, i social network hanno portato trasformazioni semantiche e antropologiche. Le trasformazioni semantiche vanno di pari passo con i cambiamenti relazionali. Consideriamo Facebook e il concetto di amicizia, che cambia non solo quando si introducono le espressioni “Mi ha chiesto l’amicizia”, “Gli ho dato l’amicizia”, ma soprattutto quando si conta il numero di amici per segnalare il proprio record; cambia quando l’amicizia si combina con funzioni come l’autopresentazione attraverso un profilo, quando si introducono funzioni come “mi piace”, selfie, condividere, mandare a un amico.

Di che cambiamento relazionale si tratta? Osservo in primo luogo che, di fatto, il poter comunicare senza limiti di spazio e di tempo e senza il peso dei corpi, che è la caratteristica della agorà immateriale, cioè della piazza virtuale di cui si sono impadroniti i giovani, è di fatto una ricchezza e uno strumento importante, soprattutto per i giovani timidi, complessati, con difficoltà relazionali. E invito gli adulti a riflettere su di sé i: va detto infatti che le nuove generazioni si impadroniscono di questi nuovi mezzi con tanta più radicalità, quanto meno noi adulti e anziani li convochiamo e li coinvolgiamo nelle piazze reali (dove ci sono adulti o anziani che fanno i giovani). Le generazioni adulte devono riflettere anche su di sé, sul fatto che le reazioni di demonizzazione di fronte a eventi e possibilità nuove possono essere dettate dal timore di perdere il potere di controllo sociale.

Ma ci sono molti elementi problematici. Il parlare di sé è certamente una forma di autocomprensione, ma è anche un rafforzamento di aspetti narcisistici, o addirittura ipernarcisistici, della personalità. Se la scrittura di sé è certamente un esercizio riflessivo, il presentarsi attraverso immagini e fotografie mi sembra un modo molto superficiale e esibizionistico di parlare di sé. Attraverso le immagini si conquista un’identità pubblica, tutta rovesciata all’esterno (feticistica, scrive Scruton (2011), cioè trasformata in oggetto), che si pensa possa dare senso all’identità privata, interiore: ma allora è l’identità interiore che rischia di perdere spessore e di venire a mancare di elaborazione riflessiva. Se il racconto di sé è importante, tuttavia è anche finzione, e se è esibito sostanzialmente attraverso immagini rischia di mistificare la realtà, e di farci vivere nell’immaginario, nel virtuale – dimensioni che diventano una vera e propria supplenza della realtà. Sull’esteriorizzazione del sé e sulla cancellazione della distinzione moderna tra pubblico e privato aveva insistito il sociologo Bauman: l’identità costruita attraverso il profilo su Facebook, con continue aggiunte di immagini e informazioni, perde il suo nucleo interiore privato, e segreto, per diventare una faccia pubblica, esteriore, una confessione ridotta a un insieme di immagini e di dati e offerta a tutti, senza alcuna selezione dei destinatari.

L’elemento che io ritengo più problematico dei social è l’isolamento e l’assenza dell’interazione, l’assenza dell’intercorporeità. Matera parla dell’affermarsi di modelli asettici di comunicazione e di relazione: modelli in cui è del tutto assente quella messa a rischio del sé che affrontiamo nelle relazioni in compresenza, e che possono alla lunga generare nei giovani analfabetismo emotivo in rapporto alle relazioni corporee. Il desiderio ossessivo di esserci e di essere visti va di pari passo con la mancanza di attenzione e silenzio. Il che non riguarda solo i giovani. Alle conferenze tutti scrivono e leggono messaggi su WhatsApp. Chi ascolta?

 

Bibliografia

SCRUTON, Roger, «Filosofia di Facebook, vita reale o feticcio?», Vita e pensiero, n. 1, 2011.

 


Per citare questo articolo:

Silvana BORUTTI, «La rete e la trasformazione dei processi comunicativi», Repères DoRiF, n. 25 – Les processus de communication : oralité, écriture, digital, DoRiF Università, Roma, ottobre 2021, https://www.dorif.it/reperes/silvana-borutti-la-rete-e-la-trasformazione-dei-processi-comunicativi/

ISSN 2281-3020

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